Le malattie rare al cinema

6 Ottobre 2020 | Di Ignazio Senatore
Le malattie rare al cinema
Scritti di Ignazio Senatore sui rapporti tra Cinema e psiche
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Il cinema è fatto di pupe dalle curve sinuose e dagli occhi languidi e voluttuosi, di fusti atletici e muscolosi, di corpi statuari che sprizzano energia, salute e vitalità da tutti i pori. Ma il mondo della celluloide è popolato anche di corpi che invecchiano, perdono smalto, vigore e prestanza fisica e di quelli che, sin dalla nascita, appaiono mostruosi e deformi, perché affetti da stane malattie come la neurofibromatosi (The elephant man) o la leontiasi (Dietro la maschera). Con garbo e sagacia i registi descrivono il contrasto tra l’acuta sensibilità dei protagonisti delle due pellicole che, nonostante il loro “sgradevole” aspetto fisico, lottano con le unghie e con i denti, contro i pregiudizi e gli ostracismi di chi li giudica soltanto per il loro aspetto esteriore. Ancora più toccanti quelle pellicole che mostrano chi è affetto da progeria. Nello struggente Miriam si sveglia a mezzanotte John (David Bowie) incomincia ad invecchiare ad una velocità spaventosa e si rivolge a Sarah (Susan Sarandon), una dottoressa che, credendolo un mitomane, non gli presta le cure necessarie. In altri film compaiono altre affezioni più rare quali la porfiria (La pazzia di re Giorgio) o l’ermafroditismo (XXY). Il più estremo di tutti è però  Lo scafandro e la farfalla di Julian Schnabel (2007) che narra di Jean-Dominique Bauby (Mathieu Amalric) giornalista quarantatreenne, caporedattore di Elle France, colto da un ictus. Dopo venti giorni di coma, al risveglio, si ritrova nell’ospedale marittimo di Berck completamente paralizzato dalla testa ai piedi ed incapace di articolare qualsiasi parola; vigile, in grado di percepire suoni e rumori, ed in grado di comunicare col mondo esterno attraverso il battito della palpebra dell’occhio sinistro. Dopo alcune resistenze, Henriette, tenera e dolce ortofonista, inizia a comunicare con lui attraverso un codice elementare; gli elenca, ad una ad una le lettere dell’alfabeto e, come risposta, un suo battito di ciglia equivale al si e due al no. Giorno dopo giorno l’intesa tra i due si perfeziona sempre più al punto che Jean Dominique riesce a dettare un romanzo autobiografico nel quale narra la propria drammatica esperienza.

Articolo pubblicato sulla Rivista Otpima Salute – Settembre 2020

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