Andrea Sernesi (Antonio Cifariello), detto Bob. meccanico ventiduenne, vive nel quartiere di San Frediano di Firenze. Don Giovanni incallito, fa strage di cuori e illude contemporaneamente, cinque donne: Gina (Marcella Mariani), una ragazzina ingenua, che vive nel suo stesso palazzo; Tosca (Rossana Podestà), vittima di un padre possessivo e asfissiante; Mafalda (Giovanna Ralli), ballerina, in procinto di partire per una tournée; Silvana (Giulia Rubini), insegnante serale, fidanzata con Gianfranco, fratello maggiore di Andrea; Bice (Corinne Calvet), stilista di successo, snob, oberata di lavoro. Riuscirà Andrea a districarsi tra tante donne?
Dopo aver tentato, invano, di convincere Pratolini a ridurre sul grande schermo Cronache familiari, Zurlini accetta la proposta della Lux di Riccardo Gaulino di dirigere l’omonimo romanzo dello scrittore fiorentino, pubblicato nel ’49.
Respinta la stesura della sceneggiatura, firmata dallo stesso Pratolini e Suso Cecchi D’Amico e, successivamente, quella di Akos Tolnay, Zurlini si rivolge a Leo Benvenuti e Piero De Bernardi e giudica favorevolmente il loro script, meno drammatico e più scanzonato dei precedenti.
Le ragazze di San Frediano era un romanzo che, per stessa ammissione di Zurlini, non era nelle sue corde, essendo più incline all’introspezione dei personaggi e a una narrazione più intima e raccolta. L’occasione di debuttare sul grande schermo era così ghiotta, che, poi, accettò.
Il tono scelto è quello del “neorealismo rosa”, tanto in voga al tempo, dopo il travolgente successo di Pane, amore e fantasia di Luigi Comencini. Il film si apre con una frase che compare dopo i titoli di testa:
“A Firenze, fin dal tempo in cui Robert Taylor comparve sugli schermi, quei giovanotti belli, fisicamente dotati, spesso coi baffini, sempre con gli occhi di velluto, quelli insomma che piacciono tanto alle donne, vengono chiamati col nome generico e spregiativo di Bob”. Il presente film è dedicato a questi poveri ragazzi, vittime innocenti della propria avvenenza:”
Segue, una voce off, che presenta il protagonista:
“Si chiama Andrea Sernesi, detto Bob. No, non gli credete, non è un corridore, sebbene qualche volta si spacci per tale con le ragazze. E l’audacia, si sa, fa sempre colpo. E’ soltanto meccanico, ha ventidue anni, dice di averne venticinque, e abita in Via dei preti al 56, proprio nel cuore del quartiere di San Frediano.”
Nella prima inquadratura, Andrea, interpretato da uno spumeggiante Antonio Cifariello, in sella a una motocicletta, scorazza per Firenze, e prende in giro, scherzosamente, un gruppo di signorine.
Accanto all’auto-officina di Andrea e del fratello maggiore Gianfranco, razzolano le galline di una vicina contro le quali abbaia ferocemente un pastore tedesco, legato a una catena. Emulo di Stanley Kowlaski, protagonista di Un tram chiamato desiderio di Elia Kazan (1951), anche Andrea, novello sex-symbol italico, è mostrato con indosso una canottiera bianca il più delle volte, è macchiata di grasso, che amplifica ancor più la sua virilità.
Rubacuori impenitente, Andrea fa strage di cuori femminili. Esemplare una delle scene d’apertura che mostra la romantica e sognatrice Gina che, pur di rivolgergli qualche parola, s’inventa che alla madre serve in prestito un cacciavite.
Non le è da meno Tosca, che mette dell’acqua nel serbatoio della motocicletta del padre, così può vederlo e comunicargli che possono vedersi la sera stessa.
Antesignano di Bertrand Morane, protagonista de L’uomo che amava le donne di Francois Truffaut (1977), invece, di andare all’appuntamento con Tosca, è colpito per strada dal fascino di Silvana, giovane insegnate di scuola serale e, pur di attirarla nella sua rete seduttiva, si presenta in classe, finge di essere stato autorizzato dal direttore per partecipare alle lezioni e, per fare colpo su di lei, dichiara di essere un corridore centauro.
Prima di arrivare all’appuntamento con Tosca, si ferma anche a sbirciare le gambe delle ballerine che stanno provando un numero e scopre che tra queste c’è Mafalda che gli comunica che partirà per una tournée. Solo dopo queste scorribande, si presenta all’appuntamento con Tosca, fingendo di essere rimasto vittima di un incidente con la moto.
Fedele alle rappresentazioni dei numerosi dongiovanni presenti in letteratura, Andrea è il classico predatore, incapace d’amare le creature femminili che cadono ai suoi piedi, Più che cercare un legame sincero con loro, si nutre, infatti, della propria gratificazione narcisistica.
Mascalzone audace e superficiale, mediante una serie di sotterfugi, non si cura dei tormenti che reca alle giovani vittime, ma le burla, inventando mille scuse. Esilaranti le bugie che regala a Silvana, alla quale, dopo aver fatto credere che, non potendo ottenere il suo amore, sfrecciando per le strade di casa, prima o poi, finirà per suicidarsi.
L’Alfa guidata dall’autista dell’elegante e affascinante Bice si scontra, all’incrocio, con quella di uno sconosciuto. Mentendo, al vigile urbano, Bob dichiara di aver visto tutto, e accusa l’altro autista di essere il responsabile dell’incidente. E’ l’occasione per mostrarsi galante con l’incantevole passeggera e di lascargli il suo numero di telefono.
A ben vedere, sarà proprio la capricciosa e sofisticata Bice, l’unica che lo tiene al guinzaglio, che l’abbaglia con la sua ricchezza, i regali e il suo stile di vita, ma che, in verità, al di là delle sue prestazioni sessuali, lui tratta con un glaciale distacco.
Fedele a una rappresentazione casta e pudica, in una scena, Zurlini mostra Bob che bacia appassionatamente Bice che, invece di lasciarsi trasportare dalla furia amorosa, pensando a una sua creazione, esclama: “A scacchi” e si alza di scatto per chiamare la sua collaboratrice. In una scena successiva, l’intraprendete Tosca, dopo averlo vista in auto con Bice, pur di non perderlo, si offre a lui ma lui la respinge, adducendo come scusa che la stanza è piena di santini e foto dei suoi familiari.
Per tutto il film, Zurlini, disertando l’indagine introspettiva, non affida ad Andrea nessuna riflessione sul suo discutibile comportamento.
Il latin lover, però vacilla un attimo, quando Mafalda gli confessa che, per amor suo, avrebbe anche abbandonato la carriera di ballerina. Spiazzato e colto di sorpreso da questa rivelazione, quasi balbettando, le risponde: “Ma come? Tu mi volevi bene così?”
Nonostante sia descritto come un mascalzone, questo meccanico scansafatiche, guascone e bugiardo, risulta, perfino, simpatico.
Sul finale, infatti, mostrando di avere un cuore d’oro, per evitare che Gina si suicida, anche se sta già elaborando una scappatoia futura, accetta, suo malgrado, di fidanzarsi con lei.
A farlo capitolare, definitivamente, è Tosca che, mentendo, fa credere al padre, a Gina e agli invitati presenti al ricevimento che annuncia il suo fidanzamento con Gina, che Andrea ha abusato di lei.
Preso atto che Mafalda l’ha abbandonata, che Silvana è ritornata tra le braccia di Gianfranco, di fronte ai propri fallimenti, stretto nella morsa delle due battagliere morose, Andrea decide di cambiare aria e seguire Bice che lo attende alla stazione, diretta a Nizza, Li è, però, raggiunto dalla sorella Loretta e da Gianfranco che, a suon di calci nel sedere, lo riporta a casa.
L’adattamento cinematografico di Zurlini, però, non piacque a Pratolini che, commentò: “Va bene che uno faccia quel che vuole, ma fare un film per dire esattamente il contrario di quello che, malamente, ho cercato di dire, è un po’ troppo.”
Le critiche dello scrittore fiorentino erano maggiormente rivolte al finale del film. Il romanzo, infatti, più salace e sulfureo, vede la vendetta di Tosca, Mafalda e Silvana, che attirano Andrea in un prato, lo spogliano, lo ridicolizzano per le piccole dimensioni del suo pene, lo caricano sul carretto e lo portano in giro come un trofeo da guerra.
Un personaggio quello di Andrea, che anticipa i futuri Casanova al cinema protagonisti de L’occhio del diavolo di Ingmar Bergman (1960), I miei problemi con le donne di Blake Edward (1983) e Don Juan de Marco – Maestro d’amore di Jeremy Leven (1995).
A ben vedere, più che Andrea, le vere protagoniste della pellicola, sono le cinque donne che si struggono per lui.
Anche se, nel corso della narrazione, non sono sufficientemente caratterizzate, appaiono evidenti che hanno dei temperamenti diversi. Tosca è furba, volitiva e combattiva; Gina, (che lui chiama “topino”), ingenua e sognatrice; Mafalda, la più concreta di tutte, l’unica che, dolorosamente, prende atto dell’inaffidabilità dell’amato, lo abbandona per proseguire la tournée; Silvana ha l’animo di crocerossina, e Bice, la più eccentrica di tutte, lo usa per il proprio piacere e non si fa scrupoli di farlo aspettare ore mentre è impegnata a gestire il suo atelier.
Nei a parte, i dialoghi sono ironici, pungenti e ben calibrati e, qua e là, scatenano qualche sorriso. Zurlini, inoltre, non cede alla tentazione di filmare una Firenze turistica e da cartolina e impreziosisce la pellicola con il leggendario brano Grazie dei fior. Accusato di essere slegato e frammentato, il film fu accolto freddamente dalla critica, nonostante Guido Aristarco avesse addirittura seguito e documentato su Cinema Nuovo, alcuni momenti della stessa lavorazione del film.
Il napoletano Cifariello (doppiato con accento fiorentino) si cala perfettamente nel ruolo ed è egregiamente supportato da Rossana Podestà e Corinne Calvet.
Una pellicola d’esordio, divertente e leggera, che va riletta come banco di prova di un giovane regista, che mantiene, a distanza di anni, un’irresistibile freschezza e genuinità.
Curiosità: tra gli aiuti registi Giulio Questi e Giuliano Montaldo nel ruolo di Venturini.
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