Londra. Julie (Edwige Fenech) arriva in città in compagnia del marito Neil (Alberto De Mendoza). L’uomo è impegnato in una riunione di lavoro e lei si fa accompagnare a casa in taxi.
Non appena il tassista aziona i tergicristalli, le riaffiora una scena del passato. Jean (Ivan Rassimov), il suo fidanzato, dopo averla schiaffeggiata, non curante della fitta pioggia, la violenta, all’aperto, sul ciglio di una strada.
Appena giunta nel suo appartamento, Julie riceve un mazzo di rose rosse, accompagnato da un biglietto firmato dallo stesso Jean sul quale è scritto: “La parte peggiore di te é la cosa migliore che hai e sarà sempre mia”.
Julie, sempre più trascurata dal marito, si rifugia nelle braccia di George (George Hilton), con il quale si concede una vacanza in Spagna. ma è ben presto ricattata da un uomo che la minaccia di spifferare al marito la sua relazione extraconiugale e, successivamente, è assalita da uno sconosciuto nel garage di casa.
E proprio quando i suoi sospetti sembrano cadere su Jean, l’uomo è misteriosamente ucciso. Sempre più sconvolta dall’incalzare degli avvenimenti, Julie inizia a essere sommersa da allucinazioni e da agghiaccianti incubi notturni.
Dopo una piccola fuga amorosa in Spagna con George, sembra ritrovare un po’ di serenità, ma è assalita dal redivivo Jean che prova a ucciderla, simulando un suicidio con il gas.
Sul finale, la polizia scopre che il marito, assieme a George, aveva architettato un diabolico piano per farla impazzire e intascare i soldi dell’assicurazione. I cattivi saranno puniti e la povera Julie si consolerà nelle braccia del giovane dottore accorso in suo aiuto.
Il film si apre con questa scritta attribuita a Sigmund Freud: “Il fatto stesso che il comandamento ci dica ‘non ammazzare’ ci rende consapevoli e certi che noi discendiamo da un’ininterrotta catena di generazioni di assassini, il cui amore per uccidere era nel loro sangue, come forse è anche nel nostro”.
La citazione dal Padre della psicoanalisi è naturalmente un mero pretesto e il film non ha alcuna velleità scientifica, nè ha l’ambizione di scavare in profondità nei meandri della mente della protagonista. Martino, per ragioni di cassetta, avrebbe potuto puntare sull’esposizione delle curve della Fenech, ma invece di chiederle di spogliarsi, la mostra come una donna sofferente, perennemente in crisi e sommersa dalle sue terrificanti visioni.
Il taglio e le inquadrature che il regista sceglie di dare al film provocano nello spettatore un forte spaesamento onirico grazie alla visualizzazione degli incubi e delle allucinazioni della protagonista.
Per rinforzare il suo smarrimento il regista lascia che Julie riceva da uno sconosciuto dei mazzi di fiori, accompagnati da alcuni biglietti. Tra questi: “So che cerchi di sfuggirmi, ma il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave”, frase che diventerà, nell’ultima parte, il titolo del prossimo film che il regista realizzerà con la Fenech.
Il presunto vizio, il masochismo, di cui sarebbe affetta e presente nel titolo, è accennato solo vagamente in una delle prime scene e non incide assolutamente sull’ossatura del film. Non mancano citazioni dal sapore cinephile e arditi movimenti della macchina da presa, arricchiti da una inquietante musica in sottofondo e da alcune frasi sibilline pronunciate dalla tormentata protagonista:
“Ho sposato Neil per fuggire da Jean. Forse è da me stessa che devo fuggire”. A mischiare le carte un serial killer che uccide delle fanciulle, recidendo le gole con un rasoio.
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