Non c’è pace tra gli ulivi di Giuseppe De Santis – Italia – 1950– Durata 100’ – B/N

1 Luglio 2026 | Di Ignazio Senatore

Maggio. 1945. Ciociaria. Dopo tre anni in guerra e tre di prigionia, Francesco Dominici (Raf Vallone), pastore ventottenne, ritorna nella casa natia, abitata dagli anziani genitori e da Maria Grazia (Maria Grazia Francia), la sorella diciassettenne.

Francesco cerca, invano, lavoro e, scopre che Lucia (Lucia Bosè), la sua fidanzata, è promessa sposa a Agostino Bonfiglio (Folco Lulli), un pastore divenuto ricco, durante la guerra con la borsa nera e che, approfittando della sua assenza. gli ha rubato anche le pecore.

Francesco decide di riprendersi le pecore di sua proprietà e una notte, con l’aiuto della sorella, le ruba ad Agostino, che si vendica, violentando Maria Grazia.

Pur avendo dimostrato alle forze dell’ordine che il marchio che contraddistingueva le sue pecore, con la D del suo cognome, era stato contraffatto con la B di Bonfigli, è, egualmente, arrestato dal maresciallo (Michele Riccardini).

Bonfigli avvelena le pecore di Michele, un pastore che aveva preso le difese di Francesco, brucia le capanne di qualche altro contadino e corrompe i pastori che, al processo, devono testimoniare a suo favore. Nel corso del processo, Bonfigli si rivolge a Don Gaetano (Vincenzo Talarico), un principe del Foro e Francesco, si affida a un avvocato difensore.

Lucia e molti altri testimoniano contro Francesco, che è condannato a quattro anni di carcere. Bonfigli sposa Lucia, ma non appena esce con lei dal sagrato della chiesa, Maria Grazia svela a tutti che lui l’ha violentata. Lucia ritorna a casa dai genitori e nonostante la tratti come una schiava, Maria Grazia, innamorata di lui, si trasferisce a casa di Bonfigli.

Il malessere, però, cresce sempre più tra i contadini perché Bonfigli, dopo aver preso in affitto le terre di Don Gaetano, ha aumentato il costo degli affitti. Francesco, fugge e Lucia lo raggiunge in montagna. I contadini, stufi dei soprusi di Bonfigli, si schierano dalla parte di Francesco e lo aiutano a nascondersi.

Bonfigli, sa che Francesco è sulle sue tracce e impaurito, scappa con Maria Grazia, ma nessun contadino offre loro ospitalità. Maria Grazia, allora, decide di tornare dai suoi, ma Bonfigli, in un accesso di ira, la strangola. Aberto lo ha ormai raggiunto e gli punta il fucile contro. Banfigli, terrorizzato, si lancia in un burrone. Alberto si consegna al maresciallo, certo che un nuovo processo verrà istituito.

De Santis dirige una delle sue pellicole più ispirate e lui stesso, con la sua voce off, nelle prime battute del film, descrive allo spettatore il mondo arcaico dei contadini e quello dei pastori a lui caro.

In questa una sorta di western, dove i fucili compaiono sin dalle prime scene, De Santis rinuncia all’agognato scontro finale tra Alberto e Bonfigli e lascia che quest’ultimo, sempre più pavido, a corto di cartucce, per non morire per mano del suo rivale, sceglie di suicidarsi.

A ben vedere, il personaggio di Francesco è un eroe, un po’ ingenuo, che crede di poter farsi giustizia da sé, senza pensare alle conseguenze dei suoi gesti.

Parimenti, Bonfigli, un uomo, fin troppo avido e senza scrupoli, crede, che con il suo denaro e le minacce, possa tenere, per sempre, in pugno i contadini della zona.

Le vere figure tragiche sono, però, Lucia, oppressa dai genitori, e spinta da loro a sposare Bonfigli per ripianare i loro debiti contratti con lui, e Maria Grazia che s’innamora dell’uomo sbagliato.

Più volte, il regista, in omaggio ai classici del cinema sovietico lascia che Vallone e la Bosè, in una posa plastica e scultorea, rivolgono il loro sguardo alla macchina da presa. A completare la galleria di personaggi, Salvatore Capuano, interpretato da Dante Maggio, un napoletano che evade assieme a Francesco e cerca di proteggerlo e aiutarlo nella fuga. Una menzione al bianco e nero, molto contrastato di Piero Portalupi.

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