“O ssaje comme fa ‘o core”

15 Ottobre 2023 | Di Ignazio Senatore

Gli attori comici li considero dei benefattori dell’umanità. Regalare spensieratezza, divertimento, buon umore, far  ridere, che mestiere meraviglioso: avrei voluto nascere con un destino così meraviglioso” (Federico Fellini)

In veste di giornalista e critico cinematografico ho incontrato e intervistato i registi più rappresentativi del cinema italiano: Risi, Monicelli, Salvatores, Tornatore, Bellocchio, Scola, Avati, Montaldo, Wertmuller e tanti altri. Per non parlare dei registi, attrici e attori  napoletani e campani, molti dei quali sono diventati cari amici. Massimo Troisi, invece, non l’ho mai incrociato, anche se più volte sono stato a un passo da intervistarlo. E’ il mio cruccio professionale maggiore.

L’ho sempre amato e (inconsapevolmente?) ogni qual volta ho avuto la fortuna di imbattermi in chi lo aveva incontrato, sono stato spinto a chiedere qualche aneddoto che lo riguardava.

In un volume-intervista a lei dedicato, Giuliana De Sio mi ha raccontato come fu scelta come protagonista femminile di Scusate il ritardo.

“Massimo era fanatico di uno sceneggiato che avevo fatto “La Medea di Portamedina”, diretto da Piero Scibvazappa. Erano cinque puntate televisive ed il mio partner era Christian De Sica. Massimo aveva a casa le videocassette dello sceneggiato conservate a casa.”

L’attrice mi riferì che l’atmosfera sul set di Scusate il ritardo era sempre serena, allegra e distesa e che Massimo, fidandosi di lei, non le dava nessuna indicazione su come recitare:

Massimo mi voleva così com’ero, anche con la mia nevrosi di fondo, con la mia malinconia, la mia bellezza, comunque fuori dai canoni. Mi sentivo accettata da lui completamente.  Stare accanto a Massimo voleva dire avere la prontezza di improvvisare, la gioia e la vitalità artistica di stare al suo pari, perché lui improvvisava tantissimo ma in quel momento ero sotto l’effetto di psicofarmaci e completamente rincoglionita dal dolore (per la morte di Elio Petri, il suo compagno di allora ndr)  Ero felice di stare su quel set. Tutti ridevano, perché con Massimo si rideva, ma io ridevo poco. Ero un po’ fuori da quel contesto. In qualunque altro momento della mia vita ci avrei sguazzato. Ho vinto dei premi per quel film memorabile che tutti ricordano, ma io comunque ero una costola di Massimo e dovevo interpretare il ruolo di una bella ragazza, un po’ fuori dagli schemi, che gli stava vicino, carina, un po’ nevrotica, dolce e piacqui molto. Insieme abbiamo fatto la promozione del film.” E, successivamente: Certamente la sua intelligenza andava al di là dei luoghi comuni e questo si vede perché qualunque battuta facesse, qualunque sketch s’inventasse, non erano mai banali, non erano mai cose già viste. Massimo é entrato nel numero dei grandi del Novecento, diciamolo pure. Aveva un senso dell’umorismo raffinatissimo, non diceva mi una banalità. Lo considero un intellettuale, pure essendo non tecnicamente un intellettuale. Anche il suo cinema, che era abbastanza rudimentale, tendeva a raffinarsi. Purtroppo poi non ha fatto in tempo a fare le cose belle sicuramente che avrebbe potuto fare.”

Tutti sanno della malattia che costrinse Troisi a due delicatissimi interventi di cardiochirurgia a Houston, in America. Giuliana De Sio, a riguardo, mi raccontò:

Massimo fu costretto a parlarmene quando feci la prima gaffe nei suoi confronti, quelli che hanno fatto tutti negli anni, per il tic tac che faceva il suo pacemaker, come quello di una sveglia. Era rumorosissimo, anche nelle scene dei film, quando c’era silenzio, i fonici sentivano questo ticchettio in sottofondo. Una sera stavamo chiacchierando nella hall di un albergo all’una di notte  e c’era con noi l’aiuto regista Umberto Angelucci, anche lui morto giovanissimo di cuore. Ad un certo punto sentivo un “tic, tac, tic, tac…”. vicino a me come il ticchettio di una sveglia. Continuavo a girarmi intorno e poi chiesi loro: “Scusate, ma chi ha una sveglia addosso?” Vedevo Angelucci che mi faceva dei segni, ma non capivo. Massimo allora si girò e disse; “Song’io”. “Come sei tu?” E lì mi dovette  spiegare. Sul momento ridevo, pensavo che stesse facendo una delle sue solite battute, poi capii che non lo era. Si aprì la camicia e fece vedere questo squarcio.

Però disse quel “Song’io” con grande leggerezza. Poi mi spiegò: “Ho avuto un’operazione al cuore ed ho questa macchinetta che fa rumore.” Allora mi ammutolii completamente, anche perché, cosa vuoi dire?

Sulla stessa lunghezza d’onda” Nora Corbucci che, come ho riportato nel volume Il cinema appartiene ai sognatori, ha narrato questo gustoso aneddoto:

“Dopo aver visto No stop, un programma televisivo, ideato da Enzo Trapani, mio marito Sergio mi disse: “Devo informarmi dove lavora quel tipo sparuto della Smorfia. E’ straordinario, voglio fargli un contratto prima che ci pensi qualcun altro. Andammo a Napoli al San Carlino, dove la Smorfia si esibiva in un uno spettacolo esilarante di cabaret. Fu nel suo camerino che incontrammo Troisi per la prima volta. Dopo le presentazioni ed i meritati complimenti, Sergio propose al comico un contratto per tre film. Sperava di vederlo entusiasta, invece, l’attore ebbe una reazione tiepida e malinconica e, aprendosi la camicia, ci mostrò un largo cerotto, dicendo: “Dottò, io nun saccio nemmeno se arrivo a fine anno! La vede questa ferita? Mi hanno operato al cuore quattro settimane fa, si figuri se mi posso impegnà per tre film.”

Singolare, a riguardo, la scelta di Troisi di girare il finto reportage televisivo Morto Troisi, Viva Troisi! sulla propria morte, per esorcizzarla, “allontanarla” e renderla per se stesso più soffice e digeribile.

Quando chiesi a Carlo Verdone come mai, a differenza di Roberto Benigni, non avesse mai pensato di recitare o dirigere un film con Troisi, di cui era molto amico, l’attore romano rispose:

“Massimo era un cavallo di razza e doveva correre da solo. Del resto, se si guardi con attenzione “Non ci resta che piangere” salta agli occhi che lui e Benigni, in qualche modo, si sono divisi i dialoghi e che hanno recitato insieme poche scene.”

Renato Scarpa mi disse, invece, che più che per il ruolo di Giorgio Serafini, direttore dell’ufficio postale ne Il postino, era grato a Troisi per quello di Robertino in Ricomincio da tre, un personaggio talmente imbranato e complessato che era diventato tra i più simpatici del cinema italiano.

Giuseppe Piccioni mi regalò quest’altra riflessione: “Massimo Troisi lo avevo conosciuto in un viaggio a Tokyo perché i nostri due film (il mio era Il Grande Blek ed il suo credo fosse Le vie del Signore sono finite….) furono scelti per una rassegna. Di Massimo ho un ricordo bellissimo ed abbiamo passato moltissimo tempo insieme. Era divertente e molto pigro. Quando eravamo a Tokyo, capitava a volte che io  rientrassi  in albergo dopo aver comprato  dei regalini per i miei amici. Quando  mi vedeva  rientrare in albergo dallo shopping, (lui se ne stava sempre chiuso in albergo), mi diceva: “Giusé perché non me li rivendi queste cose che hai comprato? Io non ho voglia di uscire…Ti prego, rivendimeli. Devo fare dei regali…”

Michael Radford, il regista de Il postino, mi parlò, con grande commozione, del suo rapporto con Troisi: “Volevo fare un film con lui e gli scrissi. Dapprima sembrò scettico poi, dopo aver visto il mio film Antoher time, another place che avevo diretto nell’83, ed era il suo film preferito, mi propose di girare un film a Napoli. Al Sud fa troppo caldo, gli risposi, scherzando, e per cinque anni ci mettemmo alla ricerca del copione giusto, fino a che non c’imbattemmo nel romanzo Il postino di Neruda di Skarmeta. Da allora ci frequentammo e cenavamo insieme quando ci incontravamo a Roma o a Londra. Dopo aver messo a punto il progetto del film, iniziammo le riprese. Lui stava male e fermammo la produzione dopo soli tre giorni. Lui ci teneva molto a fare il film, mi telefonò e mi chiese cosa ne pensavo di quello che avevamo girato. Io gli dissi la verità, che era stato meraviglioso, e lui decise di continuare. Negli ultimi giorni di lavorazione, per non affaticarlo, gli chiesi di recitare alcune battute del copione e nessun critico si è mai accorto che avevo sfruttato lo stesso primo piano del suo volto per diverse scene. Un giorno prima di morire Massimo sarebbe dovuto volare a Londra; c’era un cuore pronto per lui. Ricordo ancora oggi l’amaro commento di Philippe Noiret che, alla notizia della sua morte, mi disse, piangendo: “Tutto quello per un film?” Ripensare alla nostra scelta di allora? Sarebbe troppo penoso per me.”

In molti, invece, hanno confermato (e tra questi anche la De Sio) che Troisi non era in lista per il trapianto di cuore e che non corrisponde al vero la notizia che doveva partire il giorno dopo per essere sottoposto alla delicata operazione.

Messi da parte le notizie legate alla sua dolorosissima morte, quali i motivi che mi legano così visceralmente al lui?

Potrei affermare che ho sempre apprezzato la freschezza delle sue sceneggiature, gli intrecci narrativi e le fulminanti battute dei suoi film e, inoltre, la spontaneità della sua recitazione, premiata (non a caso) con una Coppa Volpi, un David di Donatello, un Nastro d’argento, un Globo d’oro, un Pasinetti e una candidatura all’Oscar.

Ma, a ben vedere, di Troisi ammiro innanzitutto l’originalità e la libertà di pensiero.

E’ noto che, dopo lo straordinario successo di Ricomincio da tre, i produttori avessero esercitato una forte pressione su di lui perché dirigesse, a spron battuto, un altro film e come lui avesse dovuto lottare per non svilire la propria arte e non piegarsi alle logiche del mercato; non a caso, provocatoriamente, il titolo che diede al film successivo fu Scusate il ritardo. Non meno sferzanti e ironici quelli successivi; dal dissacrante Le vie del Signore sono finite al criptico ma poetico Pensavo che fosse amore e invece era un calesse.

Che la sua arte e la sua anima non fossero in vendita lo conferma l’incredibile episodio legato a una sua partecipazione come ospite ad un Festival di Sanremo. Dei funzionari della Rai gli chiesero, infatti, di tagliare i contenuti più politici del suo intervento e Troisi, per non svilire se stesso e piegarsi alla loro ridicola censura, coerentemente, preferì non salire sul palco dell’Ariston e rinunciare al lauto compenso. La sua capacità di mettere alla berlina il costume italico, nei film, negli sketches e, soprattutto, nel corso delle tante interviste televisive (su tutte quella che resta uno dei punti più alti della satira italiana nella quale afferma che avrebbe voluto essere il figlio di Andreotti) è sempre stato, a mio avviso, il suo irriducibile marchio di fabbrica.

La sua critica alla corruzione, allo strapotere della casta dei politici, non è stata mai declinata in maniera acida o astiosa, non ha mai assunto i toni militanti, ma è sempre stata espressa in maniera velata e condita da una sferzante e sulfurea ironia. Come non incorniciare le sue salaci battute che ridicolizzavano il razzismo antimeridionalista della Lega di Umberto Bossi, l’esilarante riferimento a Pertini che, rivolgendosi agli spettatori televisivi, chiedeva “Chi ha presi i soldi del Belice?” o la critica al fascismo e alla figura tronfia e sbruffona di Benito Mussolini nel poetico Le vie del Signore sono finite?

Come lo stesso Troisi dichiarò: “Fin dall’inizio, mi sono sempre posto il problema di spettacolarizzare le cose che sentivo dentro. Io non parto mai con il proposito di far ridere, ma con l’intenzione di raccontare agli altri la mia intimità. Ecco perché nelle mie cose il parlato ha tanta importanza, prima ancora dell’effetto comico. Io mi sforzo sempre di vedere l’altra faccia della realtà, del potere, dell’istituzione, della religione. Ecco come sono nati certi miei pezzi come L’Annunciazione o il monologo con Dio.”

Quinto di sei figli, la madre morta quando lui era appena diciottenne, Troisi ha raccontato, con modestia e semplicità come abbia impiegato dieci anni a diplomarsi come geometra e che aveva portato a termine tale obiettivo solo per accontentare il padre ferroviere.

“La mia storia è banale, è la storia di uno che era timido e che non riusciva a inserirsi in niente, che sapeva quello che non voleva fare ma non quello che voleva fare.”

E’ a tutti noto come avvenne il suo esordio sulle tavole di un palcoscenico in un teatrino parrocchiale di San Giorgio a Cremano. Lello Arena, infatti, doveva recitare una scena con un attore che, proprio alla vigilia della rappresentazione, si  ammalò. Gli fu dato allora compito di trovare un sostituto e la sua scelta cadde su Massimo Troisi, un giovane, da tutti definito “molto spiritoso”, che avrebbe dovuto interpretare il ruolo di un salumiere che, entrato in scena, doveva elencare i prodotti che aveva nella cesta. Una scena che doveva durava qualche secondi ma che, invece, durò minuti, perché Troisi, improvvisando, fece sbellicare dalle risate gli spettatori.

Antidivo e antieroe, ha dichiarato:

“Penso che una delle ragioni del mio successo e della simpatia che ispiro immediatamente sia la tenerezza del mio personaggio. Questo accadeva anche in teatro: il pubblico tende subito ad adottarmi. E’ un grosso vantaggio, perché una volta catturati l’affetto e l’attenzione della gente è più facile accettare le cose che dici.”

Al di là della contagiosa simpatia dei personaggi da lui interpretati, credo che gran parte del suo successo sia legato alla ventata di novità che ha apportato nella commedia all’italiana.

Nelle sue pellicole agro-amare non ha proposto, infatti, gli abusati dialoghi infarciti da espressioni triviali, né tantomeno lastricati dalle classiche battute sessiste o a doppio senso. Senza mettere in scena l’abusata commedia degli equivoci, Troisi ha riscritto il genere e, intelligentemente, non ha proposto le stereotipate rappresentazioni del protagonista piegato dalla malasorte o, fantozzianamente, passivo e senza spina dorsale. Non compaiono, inoltre, nei suoi film le classiche coppie scoppiate che si destreggiano tra bugie e tradimenti, né il solito arrivista disposto a tutto pur di raggiungere il successo o il becero potente che, per evitare di essere smascherato, corrompe funzionari compiacenti. I suoi personaggi sono timidi e smarriti, buoni come il pane, degli uccellini caduti dal nido, costretti a vivere in una società aggressiva, competitiva e spietata nella quale non si riconoscono. Gaetano e gli altri protagonisti delle sue commedie sono in qualche modo dei “losers” lontani mille miglia da quel modello di napoletano scaltro, ipocrita e sbruffone che ha caratterizzato per anni le trame delle maggiori commedie all’italiana di successo.

“Il mio personaggio (Gaetano ndr) viene fuori dalla rassegnazione, dal fatalismo, è uno che non sa mai se deve entrare da una porta, o parlare in quel momento, o rispondere a quella domanda. Ma è sempre convinto di aver sbagliato, perché le risposte le hanno sempre quelli più preparati, più ricchi. Fa ridere, ma è il prodotto di una realtà piuttosto triste: Napoli, la religione, il potere, la furbizia per sopravvivere. In queste quattro parole c’è tutta la sua vita.”

 

E proprio grazie a  questi temi che l’attore.-regista di San Giorgio a Cremano ha catturato negli anni sempre più il consenso degli spettatori.

E’ noto, inoltre, che Fulvio Lucisano e Mario Berardi, i produttori di Ricomincio da tre, erano preoccupati per l’utilizzo del dialetto napoletano e per l’eventuale flop che ne sarebbe derivato.

Lo stesso Troisi, invece, dopo essersi battuto per esprimersi con la lingua delle sue origini, dichiarò: “Rispetto all’uso del napoletano era quasi un fatto ideologico, era una difesa, era forse anche lì, non accettare le regole. La scelta del napoletano? Mi ero però incaponito. Un film in italiano mi dava l’idea che non solo avrei tradito il dialetto, la mia cultura, ma avrei tradito anche le mie idee nel fare delle cose diverse. La scelta del napoletano è anche un motivo di ordine pratico perché tutto mi viene più spontaneo, più celere.  A certi meccanismi di comicità non ci sarei mai arrivato in italiano, perché in me ci sarebbe stato bisogno di più tempo.”

In merito alla napoletanità, ha affermato:

“Se mi accorgessi che in italiano riesco a recitare con la stessa spontaneità di quando recito in napoletano lo farei anche, ma è il contrario. Delle volte scrivo una cosa in italiano e mi propongo anche di recitarla così poi arrivo là e mi vien fuori in napoletano. E la lascio, perché nell’orecchio ho sentito che funzionava meglio. Il napoletano non è solo la mia lingua, ma è la lingua di quello che faccio. Perché tradurla? (…) Io penso, sogno in napoletano, quando parlo italiano mi sembra essere falso.”

Successivamente:

 “Nessuno se lo aspettava un napoletano timido, che parla sottovoce…forse per questo faccio ridere.”

E poi:

“Non è che voglia insegnare niente a nessuno, né cambiare agli altri l’immagine che hanno dei napoletani.  Chi ha pregiudizi continuerà ad averli. Le cose non le posso cambiare io, finché ci sono in giro film come Cafè Express. Nono Manfredi è bravissimo, per carità, ma il film è solo una costruzione di personaggi già pronti, belli e fatti; il napoletano che deve essere per forza mariuolo, che deve arrangiarsi in tutti i modi per mangiare o fa il guappo. Del resto in quel film anche i personaggi non napoletani sono fatti di luoghi comuni, manca il genovese tirchio ed il siciliano geloso. Io non posso arrendermi a questa napoletanità fasulla, fatta di schemi. Mi hanno fatto milioni di proposte di questo genere, ma non mi va di fare l’attore per gli altri, in quel modo, mi sentirei fuori ruolo, mi parrebbe di prostituirmi.”

Troisi non strizza l’occhio a delle mode estranee alle sue radici culturali e nell’irresistibile film d’esordio, lascia che, Gaetano non voli in India per ritrovare se stesso, e s’imbatta in hare krishna o in dei figli dei fiori, né sbarchi negli States affascinato dai giovani ribellisti, protagonisti delle pellicole cult degli anni Sessanta e Settanta (Fragole e sangue, Easy rider, Alice’s restaurant… ) ma scelga, più “modestamente” una città simbolo come Firenze, per arricchire il proprio bagaglio esperienziale, confrontarsi con delle nuove culture e conoscere il mondo.

Nel corso della sua carriera artistica, senza gridare al tradimento, è apparsa poi naturale e fisiologica la scelta di Trosi di de-napolizzarsi, frutto di un percorso di crescita che lo ha portato a sperimentare nuovi orizzonti, culminati con le intense prove attoriali nei pregevoli film diretti da Ettore Scola, al fianco di Marcello Mastroianni, con il quale aveva molti punti in contatto, come il rimandare le decisioni e nascondersi solitamente dietro innocenti e infantili bugie.

Un altro dei temi affrontati con uno sguardo fortemente critico da Troisi è quello della religione, come testimoniato dai suoi esilaranti sketches ai tempi de La Smorfia: L’Annunciazione, Il monologo con Dio e San Gennaro. Esemplari le disincantate, inoltre, le riflessioni di Gaetano, in Ricomincio da tre, quando commenta la vana speranza del padre, convinto che se prega, grazie a un miracolo, qualche santo in Paradiso potrà fargli ricrescere la mano che non ha più. Lo stesso Troisi, a riguardo affermò:

“Penso che la religione, così come la famiglia, sia un potere difficile con cui convivere, un potere modificante. Mi accorgo che parlare di religione come miracolo, come Lourdes, è una mia costante. C’è in quasi tutte le cose che ho fatto, anche quando questo argomento non era calcolato. Perché ho sempre sentito la religione come un fatto strano, esagerato.”

Tra i tanti, un altro dei temi più rappresentativi presenti nei film dell’artista di San Giorgio a Cremano, è legato ai rapporti tra uomo e donna. Tutti i suoi personaggi maschili, alla ricerca della propria identità, incapaci di  prendere decisioni risolutive, sono spaesati e disarmati di fronte alla risolutezza e all’emancipazione del genere femminile.

Coerentemente, dopo aver dichiarato: “I generi umani meno adatti a sposarsi ed a stare insieme sono gli uomini e le donne.”, in quasi tutti i suoi film, Troisi ha narrato, con disincanto, delle melanconiche storie d’amore che culminavano (tranne in Ricomincio da tre  e ne Le vie del signore sono finite)  con la fine della relazione amorosa tra i protagonisti della vicenda. In Scusate il ritardo Vincenzo ha una storia con Anna, ma il loro rapporto è flagellato da incomprensioni e dal bisogno di lei di ricercare in lui una sicurezza, un amore che non potrà ricevere; ne Le vie del Signore sono finite, Camillo Pianese, somatizza talmente il dolore dell’abbandono di Vittoria, la sua fidanzata, che residua una paralisi agli arti inferiori; in Pensavo fosse amore ed invece era un calesse  l’incomunicabilità tra i due innamorati raggiunge l’apice con la scena che Tommaso, il protagonista maschile, non si presenta sull’altare il giorno delle nozze.

Irresistibile latin-lover nella vita privata (si racconta dei suoi flirt avuti con alcune delle attrici più affascinanti e sensuali del cinema italiano), Troisi ha immerso i suoi film in un candore e in un‘innocenza senza eguali. L’unica scena d’amore (castigatissima) è in Scusate il ritardo e l’innamoramento di Mario per Beatrice è ammantato da un romanticismo d’altri tempi. A riguardo Troisi dichiarò:

“Non le saprei girare le scene di sesso, mi imbarazzano, non saprei da dove cominciare. Probabilmente sono convinto di non saperle girà. E’ imbarazzante proprio come regista girare scene d’amore, perché tengo sempre paura che viene una scena pornografica o una cosa alla Walt Disney. E allora preferisco evitare, limitarmi al bacio dove che è ‘na cosa molto semplice, più accettata. Come lo dai, lo dai, il bacio va bbuono!”

Non so quanto la sua morte tragica e prematura abbia contribuito a rendere ancora più duraturo il suo mito, come testimoniano i premi, i saggi e le retrospettive a lui dedicati. Diversi i doc che lo hanno ricordato: O tiempo e l’amicizia di Alessandro Bencivenga e i recenti e Il mio amico Massimo dello stesso Bencivenga e Laggiù qualcuno mi ama di Mario Martone.

Certamente nell’immaginario collettivo l’idea che sia morto per una malattia cardiaca, come Pino Daniele, (amico e squisito compositore di tante colonne sonore dei suoi film), ha reso ancora più vivo e struggente il dolore per la sua perdita e amplificato il rimpianto per un’artista morto appena quarantunenne.. Credo non sia possibile trovare nel panorama artistico, non solo italico ma anche internazionale, un’artista come Troisi le cui dichiarazioni pubbliche combaciano e si sposino esattamente con i personaggi che compaiono nei suoi film. Troisi uomo, con le sue debolezze e le sue incertezze, non è, infatti, in contrasto con il Troisi sceneggiatore e regista.

Questa perfetta osmosi tra vita privata e artistica, credo abbia rinsaldato ancor più l’affetto nei suoi confronti e reso sempre più duraturo tra gli spettatori la convinzione che Massimo Troisi fosse una persona vera, genuina e coerente con se stesso e, soprattutto, dotato di gran cuore. Non a caso, la sua poesia più famosa O ssaje comme fa ‘o core, musicata da Paino Daniele, è dedicata a quell’organo che lo ha vigliaccamente tradito.

Articolo pubblicato sul volume “Massimo Troisi” a cura di Giuseppe Mallozzi -Edito da Aliribelli- 2023

 

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