Ossessione di Luchino Visconti – Italia – 1943 – Durata 135’ – B/N

2 Agosto 2026 | Di Ignazio Senatore

Bassa Ferrarese. Gino Costa (Massimo Girotti), un giovane vagabondo, che vive di espedienti, si ferma in una stazione di servizio di campagna, con spaccio, gestita dalla giovane e avvenente Giovanna (Clara Calamai), moglie di Giuseppe Bragana (Juan de Landa), il titolare della locanda, un uomo vecchio, rozzo e prepotente.

Gino mangia qualcosa, e il suo cuore, s’infiamma, ricambiato per quello di Giovanna.

Non avendo il becco di un quattrino, Gino va via senza pagare. Giuseppe, allora, lo chiama e, scoperto che è un meccanico, gli propone di ripagarlo con alcuni lavoretti. Gino ripara la pompa potabile e gli dice che serve un pezzo di ricambio per il camion. Giuseppe va allora in città e Giovanna si concede a Gino e gli confessa di aver sposato il marito perché era così povere che, per mangiare, era costretta a giacere con gli uomini.

Gino le propone di fuggire insieme, ma è uno sbandato, non ha casa, nè lavoro e, piuttosto che fare l’ennesimo salto nel buio, lei gli confessa che preferisce restare al fianco di un uomo che non ama, ma che le assicura almeno un futuro.

Giovanna ci ripensa e prova a fuggire via con lui ma, poi, non se la sente di proseguire e ritorna sui suoi passi. Gino, stufo, prende il treno per Ancona, ma non ha il biglietto. Tavolato (Elio Marcuzzo), uno sconosciuto, detto “lo spagnolo”, glielo paga e entrambi vanno a dormire in una pensione.

Raggiunto il capoluogo marchigiano, i due si industriano, allestendo, durante una fiera, dei piccoli spettacoli di piazza.

Giuseppe è lì, con Giovanna, per un concorso come baritono dilettante. Incontra Gino che gli sta simpatico e sa, inoltre, sbrigare le mille faccende dello spaccio, e l’invita a ritornare a lavorare per lui. Dopo aver cenato in una trattoria, Giuseppe è ubriaco, e i due amanti progettano la sua morte, simulando che sia rimasto ucciso perché l’auto, dopo aver sbandato, è, poi, finita in una scarpata.

Corroso dai sensi di colpa, Gino chiede a Giovanna di vendere lo spaccio e andare via, ma lei si oppone.

Per dare una scossa all’immobilità di giorni sempre eguali, Giovanna organizza una fiera e il locale si riempie di gente che, a suon di musica, balla allegra e felice. Lo spagnolo”, suggerisce a Gino di andar via con lui, ma Gino non se la sente e, colto da un accesso d’ìra, gli molla un cazzotto.

Giovanna scopre che il marito aveva stipulato un’assicurazione sulla vita e si reca a Ferrara per intascare una bella somma.

Gino l’accusa di averlo sempre saputo, di averlo tirato in una trappola e va via, e imbastisce una relazione con Anita (Dhia Cristiani), una ballerina di seconda fila, che ha incontrato prima, per caso, in strada.

Giovanna si ingelosisce e minaccia di denunciarlo. Un poliziotto (Gino Pernice), intanto, segue Gino da mesi, ma lui, grazie alla complicità di Anita, riesce a fuggire e torna da Giovanna, che gli svela che aspetta un bambino.

Per entrambi sembra l’inizio di una nuova vita e decidono di abbandonare lo spaccio e cercare fortuna altrove. Ma la loro auto sbanda; Giovanna muore e Gino è arrestato.

Visconti, all’esordio, dirige un film, considerato da tutti un capolavoro e capofila del cosiddetto “neorealismo”, genere che si imporrà negli anni seguenti.

Anche se la vicenda è cupa, in questa sorta di poliziesco- sentimentale, Visconti non cede nel melodramma e mescola, con abilità e maestria, gli stilemi del noir americano degli anni ‘40 e quelli del “realismo poetico” francese, sulla scorta anche della sua esperienza come aiuto regista di Jean Renoir e della visione de Le dernier tournant di Pierre Chenal, del 1939, primo libero adattamento francese del romanzo Il postino suona sempre due volte (1934), di James Cain.

Visconti traspone la vicenda sulle rive del Po, non giudica, non condanna e, fedele al titolo originale del film, lascia che chi si macchia di un reato, prima o poi verrà punito dall’inesorabile e fatale destino.

Gino è descritto come un uomo che, dopo il delitto, non trova più pace, divorato da vagoni di rimorsi e sensi di colpa. Beve sempre più, vaga come un’ombra e, nervoso e irritabile, scatta per un nonnulla.

Giovanna, invece, più cinica e determinata di lui, ha ben presto messo alle spalle la morte dell’odiato marito e, spera, invano, di riaccendere in Gino quella passione che li aveva stregati, sin dal primo incontro.

Il regista milanese lascia fuori campo la scena del delitto, che causa la morte di Bragana, ma mostra, invece, con crudo realismo, quello nella quale Giovanna muore, dopo che l’auto, nella quale viaggiava con Gino, precipita nel burrone.

Originale e spiazzante per l’epoca, la figura de “lo spagnolo”, non solo per la sua passione omofilica per Gino, quanto per il suo stile anarchico e vagabondo.

Il film fu fortemente boicottato e osteggiato dal fascismo, non solo per il suo stile asciutto ed essenziale, ma perché lontano mille miglia dalla stucchevole e calligrafica retorica del tempo, legato al genere dei “telefoni bianchi” e a quella eroica e trionfalistica tipica del Ventennio.

Clara Calamai si cala perfettamente nel personaggio sensuale di Giovanna, classica dark lady che impiglia nella sua rete seduttiva Gino.

Massimo Girotti non cede nel macchiettismo e il suo sconfinato tormento è misurato e credibile. De Santis, coadiuvato in sede di sceneggiatura da Gianni Puccini, fu anche assieme ad Antonio Pietrangeli, aiuto regista. Clara Calamai canticchia Fiorin fiorello.

 

 

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