E’ ritornato in sala, dopo sessant’anni, I pugni in tasca, pellicola d’esordio di Marco Bellocchio, premiato con un meritatissimo Nastro d’argento come miglior soggetto e al Festival di Locarno come miglior regia.
Per il ruolo del protagonista, Bellocchio aveva pensato a Gianni Morandi che, come lui stesso ricorda, rifiutò: “Era una parte del tutta opposta al mio personaggio così come si era affermato in quegli anni. Ma io la volevo fare a tutti i costi. Bellocchio mi cercava e tutti gli altri facevano il possibile per fargli perdere le mie tracce. Io però ero deciso. A quel punto, visto che non c’era altra strada, il mio scopritore Lionetti mi affrontò: “Se lo fai (I pugni in tasca ndr), ti spezzo una gamba”
Anche Paola Pitagora, inizialmente, mostrò delle perplessità nell’accettare il ruolo di Giulia: “Ero molto incerta se accettare o meno quel ruolo. Ne I pugni in tasca, il cui titolo iniziale era Igiene familiare, infatti, c’era una scena che mi turbava moltissimo, che Bellocchio poi non girò. Quando Lou Castel spinge la mamma nel burrone, ricordo la frase: “la spinge nel burrone con una tremenda ditata e poi si succhia il dito.” Lessi questa cosa e ne parlavo con il mio ragazzo di allora e gli dicevo: “Questa cosa è tremenda. Non si può fare. E’ troppo, troppo!” Lui lesse la sceneggiatura e mi disse: “Non è l’horror che ti sembra. C’è dell’altro. Fossi in te, io lo farei.” E così accettai.”
La trama è nota. Protagonista è Alessandro (Lou Castel) è un ragazzo epilettico, fragile e tormentato mentalmente. In perenne competizione con Augusto (Marino Masè), il fratello maggiore, decide di “rimettere ordine” all’interno del gruppo familiare. Dapprima getta la madre (Liliana Geraci), cieca, da un dirupo, successivamente, annega nella vasca da bagno Leone (Pier Luigi Troglio) il fratello ritardato. Colpito da una crisi epilettica, la sorella Giulia (Paola Pitagora), temendo di essere la sua prossima vittima, non muove un dito per salvarlo. Accecante opera prima di Bellocchio, girata con un terso bianco e nero, che scatenò le ire dei benpensanti del tempo ed inaugurò quel filone “ribellista” del cinema italiano. Con questo film sulla dissoluzione borghese e sulla crisi di valori all’interno dell’istituzione familiare, ricco di sequenze memorabili, Bellocchio spiazzò tutti e ridusse in cenere l’epopea neorealistica e il filone strappalacrime alla Raffaello Matarazzo, in voga fino a qualche anno prima.
Il film a distanza di anni mantiene intatta la sua forza espressiva e la sua strabiliante modernità. Da incorniciare alcune scene; quelle al limite dell’incesto tra Alessandro e sua sorella Giulia, quella dell’annegamento di Leone e quella finale, con le note de La Traviata in sottofondo. Alessandro non è mostrato non come un maniaco omicida ma come un eroe tragico costretto a lottare contro la dissoluzione borghese e la crisi istituzionale della famiglia. Per rinforzare ancora di più il suo alone epico Bellocchio regala ad Alessandro l’epilessia perché nell’antichità, chi soffriva di questo male era visto come portatore di verità e quando cadeva a terra, si credeva che un Dio parlasse per bocca sua.
Articolo pubblicato sulla Rivista Il Corace – Aprile -2026
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