Lo specchio delle nostre pulsioni

29 Marzo 2018 | Di Ignazio Senatore
Lo specchio delle nostre pulsioni
Scritti di Ignazio Senatore sui rapporti tra Cinema e psiche
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                                                                                                                “L’oscenità è sublime” (Moana Pozzi)

In una società degli eccessi come la nostra, che ha ormai svilito e svuotato del significato originario (quasi) tutti i termini, credo che la parola “scandalo” non sorprenda, nè indigni più nessuno. L’etimo di tale termine deriverebbe da “scendere”, “cadere” e rimanda più generalmente al tentativo da parte di un soggetto di evocare negli altri un crollo delle loro convinzioni, siano esse scientifiche, artistiche e/o morali. Galileo Galilei non scandalizzò la comunità scientifica demolendo la teoria copernicana e Darwin non fu messo all’indice per quella sull’evoluzione della specie? Tutte le avanguardie artistiche hanno sentito il “dovere” di scandalizzare e spesso sono state accusate di corruzione, sconcezza ed immoralità. 

Che dire de “L’origine del mondo” di Gustav Courbet o de “La fontana” di Marcel Duschamp, nota più comunemente come “L’orinatoio”? Vogliamo parlare di Elvis Presley, colpevole di provocare con i movimenti ondeggianti del suo bacino dei “pensieri impuri” nelle adolescenti, di Sinead O’Connor che bruciò in pubblico la foto di Papa Giovanni Paolo II, per richiamare l’attenzione dei media sul problema della pedofilia nella Chiesa o del “peccaminoso” Je t’aime moi non plus, sussurrato da Jean Birkin e Serge Gainsbourg?

Gli esempi potrebbero essere infiniti e, naturalmente, anche il cinema è stato travolto da una miriade di scandali, spesso creati ad hoc da agenti, pubblicitari e produttori. Come non pensare al seno scoperto di Clara Calamai ne La cena delle beffe, alla famosa scena del “burro” in Ultimo tango a Parigi, alla fellatio della Detmers ne Il diavolo in corpo ed a quella hot di Basic Instinct con Sharon Stone? Ma può un’opera d’arte provocare negli altri una sensazione così netta di rifiuto, d’irritazione e di fastidio?  

A tutti piace girare sequenze erotiche ma nessuno, dopo, ha il coraggio di confessarlo” dichiarò la regista francese Catherine Breillat. Gli fa eco Gerard Damiano, regista di “Gola profonda”, film “scandaloso” della storia del cinema, che sentenziò: “Il film erotico non è altro che lo specchio delle nostre pulsioni più inconsce.”

Chiude il cerchio il maestro dell’eros Tinto Brass: “La ragione del successo dei miei film sta nel contrario: il pubblico si sente gratificato ed assolto per le cose che fa nel suo privato e per quelle che si muovono nella sua mente. Le persone non attendono altro che uno stimolo per sentirsi legittimate nelle proprie trasgressioni, nelle proprie rabbie, nelle proprie insoddisfazioni.”

Partendo proprio da queste illuminanti affermazioni, proviamo a comprendere, da un punto di vista psicologico, cosa spinge un soggetto a gridare allo “scandalo”.

Ci viene in soccorso Freud che, agli inizi del Novecento, teorizzò che la mente umana si dibatte tra tre istanze; l’Io, l’Es ed il Super Io. La prima legata alla razionalità, la seconda alla componente istintuale e la terza depositaria delle norme e dei divieti sociali. Si può quindi ipotizzare che chi si “scandalizza” entri, in maniera conflittuale con un proprio desiderio inconscio che lo tenta, gli procura piacere, ma che, sotto la spinta del Super Io, nega e rimuove.

Nei “Tre saggi sulla teoria sessuale” il padre della psicoanalisi afferma: “La potenza che si oppone al piacere di guardare e che eventualmente è da esso negata, è il pudore.”  Successivamente nel saggio “Totem e tabù” ribadisce che, dentro ognuno di noi, esiste una spinta “immorale” e trasgressiva che ci attrae verso il “proibito”.

Lo sbirciare dal buco della serratura, il sognare la donna d’altri, il piacere nel vedere un nudo femminile o l’osservare due amanti che s’agitano tra le lenzuola, secondo il maestro viennese, sarebbero desideri “legittimi” che l’individuo cova dentro il proprio animo ma che, nel timore di esserne travolto, respinge in ragione degli aspetti razionali e dei divieti morali introiettati. Ogni qual volta un soggetto, mediante un’opera d’arte, entra in contatto con quelle aree “animalesche, riprovevoli ed indecenti del proprio Sé”, considerate “tabù”, piuttosto che riconoscerle ed elaborarle, è spinto a negare di aver provato “piacere” e, facendo appello al meccanismo della “proiezione”, accusa l’artista di essere turpe, osceno e privo di principi morali.

L’artista “contestato” è vittima e schiavo delle medesime  pulsioni di chi lo accusa ma ha dalla sua il doppio vantaggio”, di poter “scaricare” con la sua opera le proprie spinte istintuali e di difendersi poi, da chi lo contesta, tacciandolo di essere un bigotto reazionario che si batte per un antistorico e retrò “comune senso del pudore”. In questa lotta tra chi proclama di essere un artista “libero“ e trasgressivo e chi veste i panni del paladino della moralità, mi schiero da sempre dalla parte dei primi. Con il passar del tempo ho imparato però (almeno spero) a distinguere i furbi e gli opportunisti da chi, sinceramente, prova a squarciare il panorama spesso asfittico ed esangue dell’arte. Temerari, eretici, sfrontati e dissidenti di tutti il mondo, unitevi.

Articolo pubblicato sulla Rivsta 8 1/2 N. 37 Marzo 2018

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