Antwone Fisher (The Antwone Fisher Story) di Denzel Washington – USA – 2002- Durata 117’

18 Novembre 2020 | Di Ignazio Senatore
Antwone Fisher (The Antwone Fisher Story) di Denzel Washington – USA – 2002- Durata 117’
Schede Film e commento critico di Ignazio Senatore
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Un sottufficiale bianco lo insulta, rivolgendogli delle frasi razziste ed Antwone Fisher (Derek Luke), giovane marinaio nero reagisce, saltandogli al collo. Degradato a soldato semplice, rimedia quarantacinque di consegna e l’obbligo di dover effettuare tre sedute con il dottor Jerome Davenport (Denzel Washington), psichiatra militare. Anthwone ha un carattere chiuso e scontroso e, nella prima seduta, non apre bocca. Nella seconda non cambia atteggiamento e, rivolgendosi allo strizzacervelli, gli dice: “Può costringermi a venire qui, ma non può costringermi a parlare”. Nell’ultima seduta Davenport riesce a far breccia nel suo cuore e lo aiuta a fare i conti con un passato fatto di abbandoni, di lutti e di eventi dolorosi e lo spinge a trovare la forza per incontrare i suoi familiari e la madre che non ha mai conosciuto.

All’esordio dietro la macchina da presa. Washinghton sceglie soluzioni visive sobrie ed equilibrate e ci regala la vicenda del giovane protagonista lastricata di traumi e tragedie; la madre lo partorisce in prigione e lo abbandona quando aveva due mesi; il padre (che non ha mai conosciuto) è  ucciso dall’amante con una fucilata; spedito all’orfanotrofio e poi al riformatorio, Anthwone, a sette anni, è dato in affidamento ad una donna crudele e malvagia che lo maltratta ed è vittima di Nadine che lo seduce e lo rende schiavo dei suoi perversi giochetti erotici. Dopo aver rivisto in flashback i momenti più salienti della vita del protagonista, la sensazione che se ne ricava è che c’è troppa carne a cuocere e non basta la romantica storia d’amore con Cheryl (Joy Bryant) ad alleggerire una vicenda fin troppo satura di sofferenza. Washinghton non affonda nel dramma e grazie ad una narrazione composta e priva di sbavature ci mostra il giovane protagonista che, nonostante il passato doloroso, non si piange addosso, affronta la vita a muso duro, con la forza di chi guarda con ottimismo al proprio futuro. Davenport è descritto come uno psichiatra accogliente e molto umano che, non avendo avuto potuto avere dei figli adotta, idealmente, lo sfortunato marinaio. Il regista non scivola né nel patetico, né nel lacrimoso ed anche se il film è “all black”,  si tiene alla larga da attaccare i bianchi e lascia che l’odio e la discriminazione razziale siano sullo sfondo. Dalla storia vera di Antwone Fisher.

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