Teorema di Pier Paolo Pasolini – 1968

11 Agosto 2015 | Di Ignazio Senatore

Milano. Il postino Angelo (Ninetto Davoli) consegna a un ricco industriale (Massimo Girotti) un telegramma, che l’informa che l’indomani giungerà a casa sua l’Ospite (Terence Stamp). 

Il giovane, un ragazzo atletico, taciturno e appassionato lettore di Rimbaud, con la sua magnetica presenza e il suo fascino silenzioso, mette in moto le intorpidite emozioni di Lucia (Silvana Mangano), moglie insoddisfatta dell’industriale, e dei due inquieti figli della coppia; Pietro (Andrés Josè Cruz  Soublette) e Odetta (Anne Wiazemsky).

L’Ospite scava dentro i diversi personaggi e li costringe a guardarsi dentro e a fare i conti con se stessi.

Lucia, trascina, inutilmente, la propria inutile esistenza, senza coltivare un minimo interesse. Pietro è paralizzato all’idea di dover prendere contatto con la propria omosessualità. Odetta vive, come in un mondo fatato, ripiegata nel passato familiare.

Dopo l’incontro con l’Ospite nessuno  sarà più lo stesso di prima; Lucia, dopo aver preso contatto con il proprio vuoto interiore vaga in auto per la città rimorchiando adolescenti.

Pietro, dopo aver accettato la propria “diversità”, riesce a dar vita alla propria incerta e caotica vena creativa; Odetta ha un crollo psicotico ed è ricoverata in una clinica psichiatrica.

Il capofamiglia, marito frustato e industriale insoddisfatto, dopo aver deciso di donare la propria fabbrica agli operai, si denuda completamente e vaga poi senza meta nella stazione di Milano.

Perfino Emilia (Laura Betti), la governante, dà ascolto alle proprie istanze mistiche e, dopo aver miracolato un ragazzo affetto da un inguaribile malattia, ascende, come un angelo, sul tetto di un vecchio cascinale.

Pasolini compone un’opera strutturata intorno al collaudato archetipo narrativo (l’arrivo di un  estraneo che sconvolge la regolare vite di una famiglia) e lo utilizza come pretesto per raccontare i fallimenti e le delusioni del mondo borghese.

Si sono scritti fiumi di inchiostro sulla enigmatica figura dell’Ospite inneggiante, per gran parte della critica, ad un ritorno al mistico, al sacro, alle radici primitive del mondo contadino ma il film è così altamente evocativo e ricco di simbolismi che non lo si può soffocare con una riduttivistica rilettura.

Da un punto di vista psicoanalitico, l’Ospite può essere inteso come una sorta di specchio, che permette agli aspetti scissi e negati dei diversi protagonisti di uscire allo scoperto.

Il regista dosa con il contagocce i dialoghi e l’Ospite disvela l’inconscio dei diversi personaggi solo attraverso il proprio sguardo e pronunciando, in tutto il film, solo qualche parola. Pasolini cita Tolstoi, ci offre una delle più straordinarie riflessioni sulla pittura e sulla creazione artistica ed impreziosisce il film con la musica di Wolfang Amedeus Mozart.

Indimenticabili le scene di Emilia che, abbagliata dalla bellezza interiore dell’Ospite, tenta il suicidio con il gas e sul finale, in pieno delirio mistico, si nutre solo di ortiche.

Quando uscì la pellicola destò un fiume di polemiche, fu sequestrata e stroncata dalla critica benpensante per la sua visione cupa e senza speranza della borghesia italiana; quella di sinistra, dal canto suo, non le riservò un trattamento migliore, giudicandola troppo criptica e velleitaria.

A distanza di anni, il film non è affatto sfiorito e mantiene intatta la propria straordinaria modernità al punto che registi come Francois Ozon (Sitcom) Ferzan Ozpetek (La finestra di fronte, Cuore sacro) e Patrice Leconte (L’uomo del treno) hanno replicato, recentemente, lo stesso impianto narrativo.

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