Al cinema con lo psichiatra

11 Dicembre 2014 | Di Ignazio Senatore
Al cinema con lo psichiatra
Scritti di Ignazio Senatore sui rapporti tra Cinema e psiche
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Come ricorda Pablo Picasso “L’arte è una bugia che serva a comprendere la verità”…Ci sembra ancora di udire le vecchie e mai sopite dispute tra chi considera il mondo della celluloide “pura finzione”, “falsificazione” e chi lo definisce “specchio fedele della realtà”. Ciò che è inconfutabile è che l’industria cinematografica fonda il suo successo sulla serialità, sulla ripetizione. Francesco Casetti ricorda che è abitudine dare un seguito ad un film di successo, ricorrere al ricalco delle formule vincenti, i “generi” cinematografici che lasciano il posto ai filoni che ripropongono, fino all’esaurimento, una medesima situazione. Da questa premessa ne discende che “la fabbrica dei sogni” deve il suo successo alla riproposizione sullo schermo di codici iconografici di rappresentazione stereotipati e standardizzati ( il western, il giallo, la commedia). Se un regista volesse girare un film d’azione, dovendosi adeguare al rispetto delle regole, codificate ed immutabili, dovrà necessariamente confezionare una trama nella quale non possono mancare dei folli inseguimenti, delle sparatorie con dei cadaveri disseminati lungo le strade.
A questa modalità seriale di rappresentazione non sfuggono quei film che ripropongono, in un numero sempre crescente, la figura degli “analisti in celluloide”. Tutte queste pellicole non costituiscono un genere a sé, ma sono caratterizzate dalla presenza di chiare marche di riconoscimento, da specifici tratti distintivi che, schematicamente, rimandano ad alcune costanti.
In primo luogo, gli “analisti in celluloide” sono uomini che non riescono a mettere ordine nella loro vita privata. Tutti i terapeuti che compaiono sullo schermo sono “singles” affranti ed infelici o individui reduci da separazioni o divorzi (“La casa dei giochi”, “Il grande cocomero”…). Altri, in cerca di protezione ed affetto, per colmare il loro vuoto affettivo, si invaghiscono delle loro pazienti, travalicando ogni regola deontologica e finiscono con l’andare a letto con loro ( “Vampiro a mezzanotte”, “La visione del Sabba”, “Strana la vita”….). Al fianco degli inguaribili nevrotici compaiono (come ne “Il silenzio degli innocenti, “Cabal”, “Scissors”, “Love kills”…) dei terapeuti folli e criminali, nient’altro che individui più disturbati dei pazienti che hanno in cura. In altre pellicole (“Lo strizzacervelli”, “Il patrigno II”, “Quattro pazzi in libertà”…) compaiono dei misteriosi “professionisti” che mostrano un’invidiabile capacità terapeutica: solo successivamente si scoprirà che essi non erano altro che dei pazienti travestiti da psichiatra. In tutti i film le regole del setting sono costantemente “violate”; gli “analisti in celluloide” proseguono, infatti, come se nulla fosse, il trattamento in spazi extraterapeutici; chi in piscina (“Caruso Pascovsky”), chi su un lussuoso yacht (“Una coppia alla deriva”), chi su una pista di pattinaggio artistico (“Amore e magia”), chi al ristorante (“Analisi finale”).
In altre pellicole compaiono altri “professionisti” che improvvisano approcci e metodologie più disparate, prossime più a quelle di stregoni e ciarlatani che a quelle di tecnici del sapere scientifico. Appare naturale che l’incontro con il terapeuta non sortisca per il paziente l’effetto benefico desiderato; coloro che “ingenuamente” si erano affidati a questi sprovveduti, impreparati e goffi “analisti in celluloide”, alla fine, saggiamente, decideranno che forse è più sbrigativo cavarsela da soli. Dopo queste brevi considerazioni si potrebbe pensare che il mondo della celluloide “maltratti” e “squalifichi” per partito preso la categoria degli psicoterapeuti. “Per fortuna”, il cinema non ha risparmiato critiche a tutta la classe medica. Basterà ricordare le accuse mosse ai colleghi chirurghi (“Bisturi, mafia bianca”), ai medici di base (“Il medico della mutua”), ai dermatologi (“Caro diario”) tanto per citare alcuni esempi. Per Serge Moscovici “piuttosto che negare le convenzioni e i pregiudizi legati alle rappresentazioni sociali (di cui il cinema è una delle espressioni più evidenti) l’unica strada che ci rimane é quella di comprenderne il senso e analizzarla senza frettolose e semplicistiche riduzioni”. C’é da dire che il mondo del cinema propone, non a caso allo spettatore un campionario fatto di terapeuti incauti ed imbroglioni, folli ed assassini. In questo modo, chiunque è in sala potrà sentirsi finalmente rassicurato e potrà concludere che lui è meno folle di loro e potrà, in questo modo, vivere felicemente senza di lui. L’industria cinematografica nel proporre così in negativo la figura “dell’analista in celluloide” non si sottrae all’ingrato compito di indicare allo spettatore, e a noi tecnici del ramo, i possibili errori e le debolezze nelle quali possiamo incorrere nella nostra pratica clinica quotidiana. E’ pur vero che al cinema ( sempre al passo con i tempi) non compaiono più quelle caricature di analisti taumaturgi (“Io ti salverò”…), i rozzi e spietati fautori dei trattamenti di stampo medioevale (“Frances”, “Betty blu”…) ed i classici terapeuti, custodi del controllo sociale (“Qualcuno volò sul nido del cuculo”…). Dopo aver visto le innumerevoli rappresentazioni “dell’analista in celluloide” non ci resta che ringraziare l’industria del cinema che, con intelligenza ed ironia, ci costringe a chiederci come mai si è andato consolidando questo cliché nell’immaginario collettivo. A quei colleghi che storcono il naso quando si vedono rappresentati sullo schermo, in maniera così caricaturale consiglio di andare più spesso al cinema; forse solo in questo modo riusciranno a curare la loro onnipotenza.

Articolo pubblicato su Psychomedia 11-2- 2003

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