Cinema e cecità

12 Ottobre 2017 | Di Ignazio Senatore
Cinema e cecità
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Il dispositivo cinematografico fonda la propria essenza sull’atto della visione e sul bisogno voyeuristico dello spettatore. Non può sorprendere però, come il tema delle cecità abbia attratto maestri del cinema come  Allen, Bergman, Capra, Renoir, Sirk, Kitano, Wenders ed i nostrani Risi, Bellocchio, Argento ed Avati.

Non c’è genere che non annoveri tra le sue fila un non vedente, anche perché il suo ingresso in scena fa decollare, inevitabilmente, la tensione narrativa ed amplifica gli aspetti drammatici o sentimentali della vicenda. Tra i diversi generi da segnalare i film d’azione (Furia cieca) le commedie (Hollywood Ending, Non guardarmi: non ti sento Profumo di donna, Scent of a Woman) i melodrammi (Magnifica ossessione,La cieca di Sorrento, L’angelo delle tenebre, A prima vista Settimo cielo, Vittoria sulle tenebre), horror-fantasy (The eye) d’autore (Dancer in the dark, Fino alla fine del mondo) La parte del leone la fanno però i thriller ed i gialli (Almost Blue, Il gatto a nove code, Macabro, Occhi della notte, Gli occhi del delitto, Occhi nelle tenebre, Passi nella notte, Sette scialli di seta gialla, Terrore cieco, Testimone oculare, 23 passi dal delitto). Generalmente, queste trame dai contorni gialli, sovrapponibili tra loro, narrano di una persona cieca che, per caso, si trova ad assistere ad un delitto, ad ascoltare una conversazione troppo compromettente o ad essere informato, suo malgrado, di qualche scottante dettaglio relativo ad un delitto. Non mancano, infine i personaggi della vicenda che perdono la vista a seguito di un incidente (Vediamoci chiaro, Cactus, Incontro al Central Park…)

Tra le tante pellicole prodotte sul tema svetta il capolavoro Luci della città di Charlie Chaplin (1931) ma piuttosto che segnalare quelle pellicole che fanno ormai parte dell’immaginario collettivo, in questo mio breve excursus sul tema, desidero suggerirne due cadute troppo precocemente nell’oblio.

La prima, che lambisce il tema della cecità e che pone al centro della narrazione, quello della vista, è L’uomo dagli occhi a raggi X di Roger Corman (1966).

Il dottor James Xavier (Ray Milland) è ossessionato dal desiderio di amplificare lo spettro d’azione della vista. In ragione di questo suo obiettivo ha sperimentato un farmaco che permette di migliorare di gran lunga il visus dell’uomo. Ma il farmaco ha effetti collaterali così devastanti, che un coniglio cui era stato somministrato era morto. La Fondazione per cui lavora gli affianca la dottoressa Diana (Diana Van Der Viis), una giovane ricercatrice. Xavier continua a inocularsi il farmaco e nel visitare una paziente, grazie al suo sguardo a raggi X, scopre che alla piccola è stata formulata una diagnosi errata. In sala operatoria, dopo aver impedito al collega di compromettere la vita della paziente, la opera salvandole la vita. Ma il suo comportamento, giudicato, poco etico, lo spinge a far perdere le proprie tracce ed a rifugiarsi in un circo dove, con gli occhi bendati, si esibisce come fenomeno da baraccone e, successivamente, come guaritore, diagnostica le malattie alle persone sofferenti. Dopo una serie di colpi di scena, Xavier perderà gradatamente la vista, fino ad accecarsi come Edipo, nell’ultima indimenticabile sequenza finale.

Capolavoro di Corman che non ci mostra il classico “mad doctor” che vuole sfruttare le proprie conoscenze scientifiche per i propri interessi personali, bensì un medico che pur di.diagnosticare ai pazienti, misteriose ed oscure malattie,.sacrifica la propria vista, fino a diventare cieco.

Tutt’altra atmosfera si respira nel divertente e caustico Istantanee (1991), per la regia di Jocelyn Moorhouse. Martin (Hugo Weaving) è un ragazzo cieco dalla nascita con un’insana passione per la fotografia. All’età di dieci anni aveva chiesto alla madre la prima macchina fotografica e scattare istantanee, con una polaroid, è diventato per lui l’unico contatto che lo tiene legato alla realtà. Dopo aver catalogato le foto, chiede alle persone di cui si fida di descriverle accuratamente. Una sera, dopo aver cenato in un ristorante, Martin provoca involontariamente un piccolo incidente che coinvolge un gatto e in compagnia di Andy (Russell Crowe), un cameriere, lo porta da un veterinario per le cure del caso. Nella sala d’attesa Martin scatta un paio di foto e, dopo averle mostrate ad Andy, gli chiede di descriverle ad una ad una utilizzando al massimo dieci parole. Martin e Andy diventano amici, ma Celia (Genevieve Picot) una donna perfida, perversa e segretamente innamorata di Martin, si frappone tra i due. Dopo una serie di piccole incomprensioni Martin e Andy rinsalderanno la loro amicizia.

La regista usa il flashback con il contagocce, ma ci regala due incursioni nel passato di Martin che svelano le radici dove affondano le sue ossessioni. Quando era piccolo la madre era solita raccontargli quello che accadeva nel mondo esterno, ma Martin, certo di essere odiato per il suo handicap, era convinto che lei gli mentisse. Nell’ultima scena Martin chiede a Andy di descrivere una foto che aveva scattato quando la madre era ancora al suo fianco e solo allora si convince che lei non gli aveva mai mentito.

Il film è girato con estrema grazia e delicatezza e non scade mai nel bieco e stucchevole sentimentalismo. Martin ha dignità da vendere e Celia, per la cinica capacità di far soffrire Martin, colpevole solo di non voler ricambiare il suo amore, è una creatura che sembra uscita diritta dall’inferno. Moorhouse stempera la tensione con gustose trovate. Martin e Andy sono aggrediti da alcuni teppisti in un drive-in; nella fuga precipitosa Martin, che si trova per caso alla guida dell’auto, tampona un’auto della polizia e per cercare di impietosire gli agenti finge di essere diventato cieco a seguito dell’urto. Trasportato di corsa al pronto soccorso, la dottoressa lo smaschera e poi gli chiede come mai fosse alla guida dell’auto. La risposta di Martin?“Me ne ero dimenticato”.

 

Articolo pubblicato sulla Rivista Orione N.11- 2017

 

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