Cronaca familiare di Valerio Zurlini – Italia – 1962 – Durata 121’

24 Gennaio 2020 | Di Ignazio Senatore
Cronaca familiare di Valerio Zurlini –  Italia – 1962  – Durata 121’
Schede Film e commento critico di Ignazio Senatore
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Enrico (Marcello Mastroianni) riceve la telefonata di un amico che gli comunica la morte di Dino (Jacques Perrin), il fratello minore. Un flashback ci riporta agli anni della loro infanzia, vissuta a Firenze, funestata dalla precoce morte della madre, morta venti giorni dopo aver dato alla luce Dino e dal conseguente abbandono del padre. Enrico e Dino sono allevato dalla nonna (Silvye), perennemente in bolletta m qualche anno dopo Dino cresce nel lusso in casa di un gentiluomo inglese che lo ha affidato alle cure di Salocchi (Salvo Randone) il suo maggiordomo, un uomo severo ed autoritario che gli cambia il nome in Lorenzo, a suo dire, meno volgare del precedente. Enrico, continua a vivere di stenti, si ammala di tubercolosi ed è ricoverato due anni in un sanatorio; Dino, invece, sempre più indolente ed insoddisfatto, non termina gli studi liceali, prende le distanze da Salocchi e, con il passare degli anni, si lega sempre più al fratello. Enrico diventa giornalista e parte per Roma; Dino, dopo aver trovato un modesto impiego come fattorino, si sposa, diviene il padre di una bambina ma s’ammala di un male misterioso. Enrico lo ricovera a Roma, gli sta accanto e, prima che muoia, lo riconduce a Firenze.

Tratto dall’omonimo romanzo di Vasco Pratolini, il film è girato in maniera fin troppo intima e trattenuta dal regista che compone un opera asciutta, essenziale e senza fronzoli a cui manca però quel pizzico di anima e di respiro in più che farebbe gridare al capolavoro. Sin dalle prime battute, Zurlini immerge la vicenda in un’atmosfera dolente, triste e melanconica e la voce fuori campo di Enrico, che snocciola ricordi e riflessioni, fungono da filo conduttore per l’intera vicenda. Divorato, inizialmente, dalla rabbia e dal rancore per la fortuna capitata al fratello, allevato negli agi e nelle comodità ed incapace di perdonargli la morte della madre, Enrico considera Dino un estraneo. Nel corso del film, i rimorsi per averlo trascurato, prendono sempre più corpo fino a fargli comprendere che il più sfortunato tra i due è stato proprio il fratello minore, cresciuto senza l’affetto della madre, in una sorta di prigione morale che gli aveva fiaccato l’anima ed il corpo. Sollecitato dalla nonna a prendersi cura di lui (“Non lo devi abbandonare E’ tuo fratello, non ha che te”), Enrico prova a riscaldargli un po’ il cuore ed, accogliendo le sue regressive richieste di aiuto, cerca di colmare il suo vuoto affettivo. Durante il film Enrico prova, invano, a scuoterlo dal suo torpore e nella speranza di spingerlo a dare una sterzata alla propria vita. Il film, sceneggiato dallo stesso Pratolini, insieme al regista ed a Mario Missiroli, s’avvale della calda fotografia di Giuseppe Rotunno, ispirata ai dipinti di Ottone Rosai. A rendere più plumbea l’atmosfera che si respira nel film la funerea colonna sonora in sottofondo, firmata da Goffredo Petrassi. Leone d’oro al Festival di Venezia 1962 come miglior film ex aequo con L’infanzia di Ivan di Andrej Tarkovskij. Nastro d’Argento 1963 alla miglior fotografia per Giuseppe Rotunno.

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