Il buco in testa di Antonio Capuano

21 Maggio 2021 | Di Ignazio Senatore
Il buco in testa di Antonio Capuano
Recensioni Film di Ignazio Senatore
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Milano. Maggio 1977. Via De Amicis è sede degli scontri tra Autonomia Operaia e la polizia. Uno dei manifestanti, spara ad un giovane poliziotto, di origini napoletane, e il proiettile lo colpisce alla testa, uccidendolo sul colpo. Quarant’anni dopo la figlia del poliziotto va a Milano ad incontrare l’assassino del padre, ormai uscito di prigione dopo aver scontato la pena,

Il film si apre con la scena, in bianco e nero, di un treno, proveniente da Napoli, che arriva nella stazione di Milano e con una scritta, in basso a destra: “Dedicato ai fratelli Lumiere”. Un attimo  dopo, quando la pellicola si colora, ecco un’altra  dedica: “a Gianni Minervini”, scomparso nel febbraio di quest’anno, produttore, tra l’altro di alcune pellicole di Antonio Capuano: “Pianese Nunzio 14 anni a maggio”, (1996), “Polvere di Napoli” (1998) e “L’amore buio” (2010).

Un omaggio, quella del regista napoletano, agli inventori della Settima Arte, certamente non casuale. Innanzitutto, perché rimanda allo stile decisamente realistico che attraversa tutte le sue pellicole, (non a caso la vicenda è tratta da una storia vera), ma anche, secondo me, per voler sottolineare, che il cinema è pure trucco e finzione.

Nel suo pregevole volume “Diario inconsapevole”, Peppuccio Tornatore, infatti, ricordava, come lo spavento degli spettatori alla vista della scena del celebre arrivo del treno alla stazione, al Salon Indien di Parigi, fu causato da un urlo in sala di un giovane che i Lumiere avevano appositamente ingaggiato per attirare l’attenzione della stampa e promuovere così il “cinematografo” che loro stessi avevano progettato e inventato.

Riferimenti storici e cinematografici a parte, con questo film Capuano non delude i suoi fan e affida gran parte della storia sulle spalle di una prodigiosa Teresa Saponangelo, nei panni di Maria, una donna ancora giovane, spezzata dentro dalla morte del padre, perennemente in guerra con se stessa e con il mondo. Laureata, sogna di insegnare, ma é disoccupata, e per acquisire punteggio, presta servizio, gratis, in una scuola di formazione per dei giovani che lavorano il corallo. Pur di lavorare, Maria (nome di fantasia) si sottopone ad un umiliante test per essere assunta come spazzina, ma viene scartata perché giudicata troppo lenta. Ma il suo male è altrove, è nella sua mente; ha “un buco in testa”, da quando il padre è stato ammazzato quarant’anni prima a Milano, da un autonomo. In ogni stanza della casa, che divide con la madre, muta, campeggia la figura di quel genitore, ancora giovane, che non ha mani visto, essendo nata due mesi dopo la sua scomparsa.

Alla psicoterapeuta, alla quale cerca aiuto per mettere ordine nella sua vita, racconta: “Quella puzza di rose che appassivano davanti alla fotografia è rimasta tale e quale e così sono rimasta pure io.” E successivamente: “Mi sentivo come un coniglio di fronte ai fari” .  A Fabio (Francesco Di Leva), un insegnante che le fa il filo, per fargli comprendere che è arida e spenta dentro, tagliando corto, gli dice; “Trovati na bella guagliuncella con la capa sulle spalle. Io so ‘na pianta, ma nun faccio né fiori, né foglie.” Nel descrivere il dolore della protagonista, Capuano non scade nel melodramma, né punta ai fazzoletti. Per tutto il film Maria si muove come un’animale in gabbia alla ricerca di una soluzione che le ridoni quella pace interiore, ormai perduta. “La vita sta sempre dopo la curva”, le dice la madre e un giorno, accettando il consiglio della psicoterapeuta, Maria decide di andare a riprendersela quella vita, guardando negli occhi Guido (un misuratissimo Tommaso Ragno), l’autonomo che ha sparato al padre. In un drammatico faccia a faccia, sul finale, cercherà di capire perché quando lui era giovane, vestendo i panni del “rivoluzionario”, fosse andato ad una manifestazione con in tasca una pistola e l’avesse puntata non contro un ricco borghese, ma contro un poliziotto, un proletario. Non siamo dalle parti de “La seconda volta” di Mimmo Calopresti,  film che ruota intorno alla figura Alberto Sajevo, alias Nanni Moretti, professore con ancora in testa la pallottola partita dalla pistola di Lisa, una terrorista. Maria non agisce come Sajevo; non segue, non pedina Guido, non lo osserva da lontano per rubarle pensieri e emozioni. Senza mettere in atto strategie o tatticismi, puro istinto, diretta come quel treno che da Torre del Greco, sua città natale, la porterà a Milano, telefona a Guido e gli chiede di incontrarlo così da poterlo guardare negli occhi e  cavargli da dentro le ragioni di quel maledetto gesto. La narrazione procede con dei continui salti tra Milano e la città dove vive Maria. Intorno a lei una serie di personaggi, per lo più abbozzati, che ci aiutano a comprendere meglio il suo mondo interiore; un’amica rimasta incinta, che abortisce clandestinamente, per colpa di uno Stato che non vuole assistere le donne che hanno deciso di interrompere una gravidanza indesiderata, un anziano fabbro che l’ha cresciuta e un poliziotto che si è invaghito di lei.

Più centrale, invece, la figura del giovane Dionisio Montuori (Vincenzo Ruggiero), un adolescente prepotente, rissoso, intollerante alle regole, figlio di un boss della camorra ucciso, che ronza intorno a Maria alla ricerca di un improbabile contatto emotivo, che vuole essere il simbolo dello svilimento e del degrado culturale e umano dei giorni d’oggi.

Se, Guido, pur essendo colpevole di un ingiustificabile omicidio, quando era giovane era spinto da dei velleitari ideali di giustizia sociale e di eguaglianza, Dionisio, invece, trascina la propria vita, cercando di imporre agli altri quelle regole apprese da chi è vissuto in un tessuto sociale e culturale privo di riferimenti etici, morali e politici. Infatti, assieme ai suoi amici, per “dispetto”, Dionisio vandalizza e distrugge la scuola dove i giovani orafi cercano di progettare il loro futuro, scippa la borsetta a Maria e, per dimostrare ai compagni di classe, che non si piega di fonte a nessuno, provoca e stuzzica Fabio, il suo insegnante, fino a indurlo ad una reazione violenta e rabbiosa.  Un film che suggerirebbe, anche altre letture ma che conferma l’assoluta originalità di uno sguardo sul reale che ha contraddistinto le opere di un maestro del cinema.

Recensione sulla Rivista Segno Cinema – n.1.Gennaio- Marz0 2021

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