Il ladro di giorni di Guido Lombardi

19 Luglio 2020 | Di Ignazio Senatore
Il ladro di giorni di Guido Lombardi
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Salvo (Augusto Zazzaro), un bambino di undici anni, vive con gli zii in Trentino. Il giorno della prima comunione scopre che a bordo campo c’è il padre Vincenzo (Riccardo Scamarcio), uscito di prigione e che non vede da sette anni, da quando due carabinieri lo avevano portato via mentre erano al mare. I due viaggeranno insieme verso il Sud, si guarderanno negli occhi e proveranno a spazzare via il gelo che li ha tenuti per troppo tempo lontani. Salvo scoprirà che il padre non è uno stinco di santo e che sta ritornando a Bari per pareggiare dei conti e che il suo passato non è una terra straniera…

Con questo film palpitante Lombardi, vincitore di due premi Salinas nel 2005 e 2007, e regista di Là- Bas Educazione criminale (2010), Take five (2013) e di un episodio di Vieni a vivere a Napoli (2016) riapre il mai sopito dibattito; è migliore il romanzo o il film dal quale è tratto?

Gli appassionati della letteratura difendono a spada tratta (giustamente?) l’idea che i personaggi, attraverso le pagine del romanzo hanno un respiro maggiore e che, il cinema, piegato spesso ad esigenze commerciali, stravolge spesso la trama, inserendo scene piccanti o personaggi inesistenti, che non solo portano fuori strada lo spettatore ma che, il più delle volte, sviliscono lo stesso percorso narrativo. Gli accaniti cinephiles ricordano, di contro, che Blade runner è certamente una spanna in più di Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philiph K. Dick, che Apolcalipse now di Francis Ford Coppola non fa certo rimpiangere Cuore di tenebra di Joseph Conrad e che Il the nel deserto di Bernardo Bertolucci è magico quanto il romanzo di Paul Bowles.

Com’è noto, quando Bernardo Bertolucci chiese ad Alberto Moravia di poter trasportare al cinema Il conformista, lo scrittore lo benedisse e gli intimò: “Però lo devi tradire!”. Lombardi, in sede di sceneggiatura (assieme a Luca De Benedittis e Marco Gianfreda), non ha, invece, “tradito” il suo recente romanzo, restandogli fedele ma, di fatto, ha prosciugato quello che era, se vogliamo, uno dei suoi tratti distintivi; le riflessioni a ruota libera, ironiche, ma profonde di Salvo, che, di fatto, punteggiavano l’intero sviluppo narrativo e che (in verità) rischiavano anche di distogliere (fin troppo?) il lettore dall’evoluzione della storia. Attento a non perdere le tracce identitarie del romanzo, il regista partenopeo nel trasportarlo al cinema, ha, infatti, snellito la vicenda, eliminando quasi del tutto le amare e commosse riflessioni del piccolo protagonista, evitando così di cadere nella trappola di ricorrere, per evocarle, alla voce fuori campo del piccolo co-protagonista, espediente ormai troppo abusato al cinema. Ciononostante, la figura di Salvo non risulta spogliata o dimezzata e, anche grazie alla convincente interpretazione di Augusto Zazzaro, il suo essere un personaggio acuto, ribelle e dotato di un forte spirito d’iniziativa, nel corso della visione del film, rimane inalterato. Disubbidiente, teso continuamente a comprendere chi è quell’uomo sbucato da nulla, con i suoi modi spesso duri e violenti, con i suoi comportamenti, prova da un lato a verificare l’affetto del genitore nei suoi confronti , dall’altro lo sfida, ne diventa complice e finisce quasi per identificarsi con lui. Un bambino è meglio di una pistola afferma nel Vincenzo nel corso del film e questa sua affermazione è confermata dallo stesso sviluppo narrativo. Il plot, sfrondato dei ricordi del piccolo co-protagonista, punta dritto al regolamento di conti di Vincenzo, il classico duro dal cuore tenero, vittima di un destino che gli ha girato le spalle, un uomo che si è fatto sette anni di galera, senza sapere chi lo avesse tradito. Lombardi regala pagine di grande cinema (su tutti un finale commovente), arricchisce il plot con delle scene scanzonate e divertenti e, con le dovute differenze, strizza un po’ l’occhio a Un mondo perfetto di Clint Eastwood (1993). Un road movie appassionante che, grazie all’interpretazione calibrata ma, allo stesso tempo esplosiva, di Scamarcio, nel pieno della maturazione artistica, fa battere il cuore dello spettatore. Nel cast Massimo Popolizio nei panni di un complice di Vincenzo.

Recensione pubblicata sulla Rivista Segnocinema n.223-224 – Maggio-Agosto 2020

 

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