Il noir: cinema dell’anima

23 Luglio 2015 | Di Ignazio Senatore
Il noir: cinema dell’anima
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Giallo come le copertine dei romanzi pubblicati in Italia da Mondadori; nero come i romanzi di Hammett, Chandler, Cain e dell”hard boiled school” comparsi nella “Serie Noire” della Gallimard. E fu proprio a partire dal colore di quei tascabili che Nino Frank e Jean Pierre Chartier due critici francesi, nell’analizzare alcune pellicole americane del genere poliziesco prodotte agli inizi degli anni quaranta in America, coniarono il termine “noir”.

Paesaggio dell’anima per eccellenza, il noir nacque in America negli Anni Quaranta ed anche se la sua produzione durò meno di due decenni, il suo stile innovativo influenzò profondamente la cinematografia successiva fino a dar vita ad un nuovo filone etichettato come “post-noir”.

Ma quali le ragioni di tanto successo? Al di là degli influssi provenienti dal cinema espressionista tedesco, dal realismo sovietico, dal neorealismo italiano è opinione comune che il successo del noir sia legato all’uso raffinato del bianco e nero, al magistrale contrasto di luce-ombra, agli spericolati tagli obliqui delle luci, alla sofisticata illuminazione “a bassa definizione” e a due artifici stilistici: la voce fuori campo (espediente narrativo che rimanda lo spettatore a qualcosa d’invisibile che non si può catturare con lo sguardo) e l’uso del flash-back (gli eventi passati irrompano all’improvviso nella storia spezzando la linearità della narrazione).

Ma a ben guardare questi fattori stilistici erano solo al servizio di un racconto pervaso costantemente da un’atmosfera onirica al cui interno i protagonisti, vagano sullo schermo incerti, smarriti e spaesati.

Se scorriamo alcuni dei titoli prodotti in quegli anni (Vertigine, Angoscia, Disperata notte, Angoscia nella notte, La muraglia delle tenebre, Così scura la notte, L’ombra del passato, Il tempo si è fermato…) appare evidente come in questi film, regni un’atmosfera cupa, inquietante, sospesa tra veglia e sonno, sempre in bilico tra sogno e realtà. Altre pellicole (La donna fantasma, Il bandito senza nome, Il fantasma, Il segreto di una donna, Doppia vita, Il tempo si è fermato, Sgomento, Nessuno mi crederà…) rimandano esplicitamente alla perdita dell’identità, al congelamento del tempo interno, al senso di disorientamento e d’inquietudine, di perpetua incertezza del protagonista.

Questa particolare attenzione dei registi e degli sceneggiatori allo scavo psicologico dei protagonisti non era affatto casuale ed era la conseguente del massiccio esodo di psicoanalisti (Freud, Fenichel, Simmel, Rapaport, Hartmann, Rado, Federn) e di registi e sceneggiatori Lang, Siodmak, Lubitsch, Wilder, Preminger) che si erano rifugiati negli Stati Uniti dopo l’avvento del nazismo.

La psicoanalisi con la sua attenzione alle zone d’ombra dell’inconscio, con il suo ossessivo interesse per un passato rimosso e dimenticato fornì a registi e sceneggiatori hollywoodiani l’ispirazione per decine di trame.  Non c’è noir, infatti, la cui ambientazione non ci ricordi che la notte è il luogo popolato da sogni, da incubi e da ossessioni. In queste pellicole dai contorni così sfumati gli stessi personaggi hanno la sensazione che gli eventi vissuti siano solo delle fantasie ad occhi aperti. In “Solo chi cade può risorgere” Coral Chandler, dopo aver confessato di aver ammazzato il marito, dirà: “Alla fine credo di aver fatto solo un brutto sogno…” In “Vertigine” il poliziotto che cura le indagini, dopo aver ascoltato la versione di Laura, la rassicura, dicendole: “Vada a dormire e dimentichi tutto, come un brutto sogno…”

E volendo ancor più rimarcare i legami tra sogno e “noir”, come non ricordare “La donna del ritratto” capolavoro di Fritz Lang dove solo nel finale lo spettatore scopre che l’intera vicenda era un sogno/incubo del protagonista?

Al di là delle atmosfere oniroidi, i “noir” mostrano sullo schermo dei personaggi che vagano, nella notte, incerti, come ombre. “Non sentivo più i miei passi. I miei erano i passi di un morto” afferma il protagonista de “La fiamma del peccato”. “Avevo vagato tutta la sera come in sogno. Avevo persino dimenticato il cappello e il soprabito…” dichiara l’assassina di “Gardenia blu”.

Disorientati e confusi in un mondo violento e corrotto che non possono accettare, i personaggi dei noir (Il postino suona sempre due volte, Le catene della colpa, I gangster…) si aggirano di notte tra strade poco illuminate cercando di liberarsi da un passato che vorrebbero dimenticare ma dal quale non è possibile sfuggire. Al fianco del tema del tema del doppio (Lo specchio scuro, Chi giace nella mia bara?) i dipinti (che ritraggono i volti inquieti delle protagoniste) e gli specchi (che rinviano i personaggi costantemente alla realtà ed alla sua vanificazione) diventano le icone simbolo dei noir.

Tutti questi elementi ci inducono a credere che esiste un solo colore che si addice alla psicoanalisi; il nero. Nero come il colore degli abissi dell’inconscio, nero come il cuore delle dark lady, nero come le notti popolate da incubi e da ossessioni.

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