Italiani, brava gente di Giuseppe De Santis – Italia, Russia– 1964– Durata 150’ – B/N

15 Luglio 2026 | Di Ignazio Senatore

Campagna 1941-1943. Dopo un estenuante viaggio in treno, un reggimento italiano arriva in Russia. Tra i soldati, provenienti dal tutte le ragioni d’Italia, il colonnello Sermonti (Andrea Checchi), i soldati Giuseppe Sanna (Riccardo Cucciolla) e Libero Gabrielli (Raffaele Pisu).

La truppa è euforica e non vede l’ora di raggiungere Mosca ma, dopo chilometri a piedi, attraversati i campi di girasoli e di grano, sono costretti a difendersi dagli attacchi nemici, che hanno disseminato il terreno con delle mine e, con le loro mitragliatrici, li tengono sotto tiro.

Dopo aver incassato molte perdite, i soldati di Sermonti sono sul punto di conquistare un ponte. I tedeschi sono pronti a prendersi il merito dell’operazione e, allora, Sermonti dà l’ordine di sparare contro di loro.

I tedeschi accusano il colpo e si vendicano, lasciando ai soldati italiani l’ingrato compito di fucilare dei russi, che avevano fatto saltare in aria una fabbrica piena di armi.

Una giovane donna è estranea al sabotaggio, ma i tedeschi, inflessibili, ordinano di fucilare anche lei. I soldati italiani, però, non hanno il coraggio di spararle contro, la risparmiano e lei fugge via.

I giorni trascorrono gli uni eguali agli altri, fino allo scontro finale sul Don, dove l’esercito italiano, in quella disfatta, riporta numerosissime vittime e dove cadono Sermonti e migliaia di soldati.

Penultimo film di De Santis, che mostra ancora una volta di saper dirigere le masse e migliaia di comparse impegnate sul set.

Nel narrare la tragica spedizione italiana in Russia, nella Seconda Guerra Mondiale, De Santis s’affida alla voce off dei diversi personaggi della vicenda, che snocciolano i ricordi legati ai propri cari e con accenti diversi, sottolineano che, mal equipaggiati, hanno percorso chilometri e chilometri tra la neve, costretti a schivare mine e pallottole in un’impresa che, sin delle prime battute, è apparsa loro titanica e disperata.

De Santis non mette in campo, per fortuna un colonnello fanatico, ma all’opposto descrive Sermonti come un militare, dotato di grande umanità, che cerca di salvaguardare le sue truppe e, soprattutto, non piega la testa di fronte ai cinici e sanguinari tedeschi.

Sanna, Gabrielli e gli altri soldati sono mostrati come dei bravi soldati disciplinati, dotati di un alto senso del dovere, ma, man mano, sempre più disillusi e disincantati, comprendono che l’impresa alla quale sono stati chiamati è frutto solo della megalomanica propaganda mussoliniana e che non li porterà alla vittoria.

Per allentare la tensione, il regista inserisce la figura del tenente medico Salvioni (Peter Falk), un medico napoletano, raccomandato, che, in nome del giuramento di Esculapio, accetta di curare un nemico e, dopo averlo salvato, rimane ucciso in un’imboscata.

Non mancano gli attacchi al fanatismo fascista, ai componenti della brigata degli Arditi che, con la scusa della guerra, violentano donne e saccheggiano le case.

Nessuno dei protagonisti della vicenda riuscirà a ritornare in Patria e molti di loro, che hanno cercato di mettersi in salvo, moriranno, sommersi dalla neve.

Non mancano le scene di grande impatto emotivo: su tutte quella che i sovietici, nelle prime battute del film, in un moto d’orgoglio, cantano in coro l’Internazionale, di fronte alle truppe tedesche e italiane.

Il film meritava un generosissimo taglio in fase di montaggio e l’eccessiva durata finisce per far perdere mordente a una vicenda che, privata dei troppi scontri a fuoco e sfoltita dei numerosi personaggi, sarebbe risultata più snella ed efficace.

Raffaele Pisu in un ruolo drammatico, boccheggia. Andrea Checchi, diretto nuovamente da De Santis, dopo Caccia tragica, offre una recitazione misuratissima.  Nei titoli di testa una didascalia ricorda che la figura di Ferro Maria Ferri, interpretato da Arthur Kennedy, è ispirata a un racconto Rose del Ventennio di Giancarlo Fusco.

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