“La volta buona” di Vincenzo Marra

20 Ottobre 2019 | Di Ignazio Senatore
“La volta buona” di Vincenzo Marra
Ignazio Senatore Intervista...
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E’ stato proiettato ieri nella Sezione  “Alice nella città”, alla Festa del Cinema di Roma “La volta buona”, ultimo film di Vincenzo Marra. Un esordio con i fiocchi, il suo nel 2001 con “Tornando a casa”, premiato a Venezia come “miglior film della Settimana della critica” e con un David di Donatello come “miglior opera prima”. E’ del 2003 “Vento di terra”, premiato il 2004 nella “Sezione  Orizzonti” a Venezia. Il regista napoletano ha poi diretto, tra gli altri, nel 2006 “L’ora di punta”, poi nel 2015 “La prima luce “ e nel 2017 “L’equilibrio”. Questa volta Marra ritorna dietro la macchina da presa per raccontare la storia di Bartolomeo, interpretato da Massimo Ghini, un sessantenne che ha scompaginato la propria vita per il vizio del gioco e con un matrimonio fallito alle spalle. Procuratore sportivo, s’aggira sui campetti di periferia alla ricerca del nuovo Maradona. Scopre che in Uruguay gioca Pablito (Ramiro Garcia), un giovanissimo fenomeno e, come recita il titolo del film, proverà a portarlo in Italia e a risalire, finalmente, la china. Nessun paragone, per carità, tra il protagonista del film di Marra e Oronzo Canà de “L’allenatore del pallone”, che rientra in Italia con Aristoteles, il bomber triste, né tantomeno con “Piede di Dio” di Luigi Sardiello con Emilio Solfrizzi, nei panni di un talent scout  che batte i campetti del Salento alla ricerca di un campioncino.

Ritorna a parlare di calcio dopo il suo documentario “E.A.M Estranei alla massa”, che ruotava intorno a dei tifosi napoletani?

“Si, ma a me interessava soprattutto raccontare una storia diversa dalle precedenti e, per utilizzare una metafora, giocare in un giardino diverso. Volevo narrare la deriva di un uomo che spera che gli capiti l’occasione buona che per cambiare vita ed azzerare le sconfitte. Il film è soprattutto una riflessione sull’impossibilità di sopportare la frustrazione. L’ho girato come fosse un western e Bartolomeo, come i vecchi cowboy, è anche lui alla ricerca della pepita d’oro, solo che nel suo caso la pepita d’oro è un ragazzino.

La scelta di Ghini?

“Mi serviva un attore che avesse quel particolare tocco di cinismo. L’ho scelto anche perché ho preferito ambientare la vicenda nella Capitale e non a Napoli e, per questo motivo, il resto del cast, composto tra gli altri da Max Tortora e Francesco Montanari, è prevalentemente romano.

E quella di Ramiro Garcia, il campioncino di calcio?

“E’ argentino, ma vive a Roma ed è un calciatore in erba. La sua storia personale, tra l’altro, è coincidente con quella del film e, inoltre, si è dimostrato un ottimo attore.

 

Articolo pubblicato su il Corriere del Mezzogiorno 20-10-2019

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