Malati immaginari: l’ipocondria tutta da ridere da Moliere a Jerry Lewis

9 Marzo 2020 | Di Ignazio Senatore
Malati immaginari: l’ipocondria tutta da ridere da Moliere a Jerry Lewis
Scritti di Ignazio Senatore sui rapporti tra Cinema e psiche
0

Chi di noi non si è impensierito un po’ troppo per un dolorino in petto e ha temuto, per un attimo che il cuore stesse cedendo? Niente paura. Sono piccoli smottamenti emotivi che possono insorgere in chi, vittima dello stress o dell’affaticamento fisico, regredisce un po’ e sposta la propria attenzione, sul proprio corpo. Diverso è il discorso di chi amplifica a dismisura le preoccupazioni relative alla propria salute e, come Argante (Alberto Sordi), protagonista de Il malato immaginario di  Tonino Cervi, (tratto dall’omonima commedia di Moliere), va in brodo di giuggiole se gli si accenna ai suoi ipotetici malanni. Purgone (Bernard Blier), il suo medico personale, avendo intuito la sua suggestionabilità, si arricchisce, infatti, alle sue spalle, sottoponendolo, inutilmente a dei clisteri giornalieri e propinandogli intrugli e medicamenti di ogni genere. Fortuna che a salvare il padrone ci penserà Tonina (Laura Antonelli) la sua fida domestica.

Il cinema ha saputo sempre sorridere su altri personaggi afflitti da un disturbo ipocondriaco. In Non mandarmi fiori di Norman Jewison, George Kimball (Rock Hudson) è ossessionato dall’idea di essere affetto da qualche male incurabile. Cliente fisso del dottor Morrissey, si reca periodicamente al suo studio per vigilare sul proprio stato di salute. Per un banale equivoco si convince di essere affetto da un male incurabile e, distrutto, deciso a pianificare i pochi giorni che gli restano da vivere, dopo aver comprato il loculo al cimitero, registra su nastro un lacrimevole messaggio d’addio alla moglie (Doris Day). La solita girandola di equivoci culminerà con il classico lieto fine. Divertentissimo è anche Pazzi, pupe e pillole di Frank Tashlin. In questa esilarante commedia Littlefield (Jerry Lewis), un inserviente della clinica,  ha dovuto abbandonare la professione medica perché affetto da un “complesso nevrotico di identificazione.” A Julie, una timida infermiera, segretamente innamorata di lui, confesserà: “è una specie di autosuggestione, sono troppo sensibile alle sofferenze altrui. Sento i sintomi dei pazienti” Dopo averne combinate delle belle, è cacciato dalla clinica, ma grazie a Susan, si sblocca e guarisce e una luminosa carriera da dottore si spalancherà davanti a lui.

Articolo pubblicato sulla Rivista Optima Salute – Marzo 2020

Comments are closed.

Questo sito utilizza strumenti di raccolta dei dati, come i Cookie. Questo sito utilizza Cookie tecnici e di terze parti per fornire alcuni servizi. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi