Parenti serpenti di Mario Monicelli – Italia – 1992 – Durata 105’

16 Marzo 2020 | Di Ignazio Senatore
Parenti serpenti di Mario Monicelli – Italia –  1992 – Durata 105’
Schede Film e commento critico di Ignazio Senatore
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Sulmona. Come ogni anno, in occasione delle feste natalizie nonna Trieste (Pia Velsi) e nonno Saverio Colapietro (Paolo Panelli) ricevono la visita dei loro amati figli sparsi per l’Italia. Lina (Marina Confalone) è sposata con Michele (Tommaso Bianco), Alessandro (Eugenio Masciari) con Gina (Cinzia Leone), Milena (Monica Scattini) con Filippo (Renato Cecchetto) ed Alfredo (Alessandro Haber) è un single. La vigilia di Natale scorre serenamente tra battute e qualche nostalgica rievocazione dei tempi andati. Ma il clima muta di colpo quando, nonna Trieste durante il pranzo di Natale, comunica loro che lei e suo marito hanno pensato di non voler più trascorrere i loro ultimi anni da soli e, scartata l’idea dell’ospizio, hanno deciso di andare a vivere con uno dei loro figli; chi li ospita avrà la metà della loro pensione ed in eredità la casa paterna. I figli abbozzano un sorriso di facciata ma piombano nello sconforto più totale. Senza lasciar trapelare nulla ai genitori, mentre spuntano vecchi rancori ed antiche rivalità, ognuno dichiara di non essere disposto a mutare i propri equilibri La situazione sembra senza sbocchi quando la televisione annuncia che una casa è scoppiata per una fuga di gas. Bastano pochi sguardi d’intesa e, di comune accordo, i figli regalano ai due vecchietti una stufa a gas. La notte di San Silvestro i genitori saltano in aria mentre i figli brindano e festeggiano al veglione.

Commedia salace e graffiante, imbevuta di umorismo nero, che offre un desolante e feroce spaccato della famiglia media italiana che mangia a tavola con la televisione accesa, passa la notte di Natale giocando a tombola, si scambia i regali, condivide pettegolezzi e convivialità, nascondendo sotto la sabbia bugie, veleni, meschinità ed ipocrisie.  Il regista affida a Mauro (Riccardo Scontri) figlio di Lina, il compito di fungere da voce narrante e di legare i diversi frammenti della narrazione e colora i diversi personaggi descrivendoli come degli inguaribili nevrotici, frustrati ed insoddisfatti; Michele non può vivere senza assumere ansiolitici; Lina soffre di colite, Milena piange e si dispera perché non ha figli; Gina è una donna fin troppo disinibita al punto che si concede una scappatella con Michele e con lui si fa immortalare in delle foto osé pubblicate su un giornale porno. Alcuni scambi sono arguti e divertenti e quando Alfredo confessa ai parenti di non poter prendersi carico dei genitori perché convive con un uomo, dovendo fornire una spiegazione del perché sia diventato gay, dirà: “Cosa vi aspettavate da un bambino cresciuto da un padre succube e da una madre iperprotettiva?”. Monicelli cede un po’ al bozzettismo e carica un po’ eccessivamente i personaggi ma il film tiene ed il cinico e velenoso finale non può che lasciare l’amaro in bocca. Sui titoli di coda (sarcsticmente) Enzo Iannacci canta l’intramontabile “Vivere” di C. A. Bixio.

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