Per un profilo psicologico di Giuseppe Garibaldi

18 Novembre 2014 | Di Ignazio Senatore
Per un profilo psicologico di Giuseppe Garibaldi
Cinema e Psicologia
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La teoria psicoanalitica è stata spesso applicata al di fuori della sfera clinica ed il suo campo di maggiore applicazione è stata orientata a comprendere le connessioni tra la vita dell’artista e le sue opere. Martha Wolfestein, ad esempio, analizzando i quadri di Magritte, individuò un tema ricorrente caro al pittore belga: in molti dipinti i volti dei personaggi ritratti erano coperti da una stoffa, da un telo. La Wolfestein ipotizza che quest’elemento stilistico è da ricondurre al fatto che quando fu ritrovato il cadavere della madre suicida di Magritte, la camicia da notte ne avvolgeva il volto. Nonostante il fascino di queste interpretazioni, appare innegabile come le riletture psicoanalitiche delle opere d’arte non tengano conto dei complessi fattori (culturali, economici e sociali) che interferiscono con il processo di ogni creazione artistica. Ma se un’opera d’arte può essere riletta alla stregua di un sogno dell’artista, appare molto più complesso rileggere la condotta politica di un condottiero, di uno statista o di un uomo politico. Partendo da queste indispensabili premesse storiche e metodologiche, proverò, quindi, come puro “divertissiment” ad inquadrare, da un punto di vista psicoanalitico la personalità di Giuseppe Garibaldi.

  1. Il nucleo familiare di Giuseppe Garibaldi

La psicoanalisi fonda il suo edifico teorico sulle interpretazioni dei sogni che il paziente porta in seduta e sulla ricostruzione, nel corso del lavoro clinico, degli eventi più significativi accorsi nel corso dell’infanzia del paziente. Se rileggiamo la vita di Garibaldi sembrerebbe che nessun “life-event” particolarmente traumatico abbia sconvolto la sua esistenza. Sappiamo che il padre e la madre di Garibaldi hanno avuto sei figli, due femmine, morte entrambi in tenera età e quattro maschi. Giuseppe è il secondogenito e a sedici anni partirà per il suo primo imbarco ufficiale. Gli altri fratelli andranno via da casa in cerca di lavoro e si trasferiranno il primo a Filadelfia e l’ultimo a Bari. Il terzogenito diventa capitano marittimo. Si rivedranno di rado e tra loro vi sarà quasi esclusivamente un rapporto epistolare. A parte questo “sfilacciamento “familiare, gli storici non riportano, dunque, eventi che avrebbero sconvolto la tranquilla esistenza del giovane Giuseppe. Lo stesso Garibaldi, nelle “Memorie”, del resto, afferma: “Io ho passato il periodo dell’infanzia come tanti fanciulli, tra i trastulli, le allegrezze e il pianto…Nulla di strano nella mia giovinezza”. Non avendo altri elementi utili per un approfondimento di questo filone, dobbiamo, quindi, ritenere il contesto familiare di Giuseppe Garibaldi, sufficientemente sano e protettivo.

  1. Per una psicopatologia degli eroi 

Sin dai primi poemi epici (“L’Iliade”, “L’Odissea”…), i poeti, gli scrittori e gli storici ci hanno tramandato le imprese di eroi, siano stati essi vincitori o vinti. L’eroe veniva descritto come un individuo che possedeva, generalmente, una grande maestria nell’uso delle armi, sprezzo dal pericolo, carisma ed un innato senso di giustizia. Spesso le vicende narrate sottolineavano come, chi al comando di una guarnigione militare o di un intero esercito, avesse spesso, sacrificato la vita di migliaia di uomini, per accrescere soltanto la propria sete di gloria e di potere. Da un punto di vista psicoanalitico, tali patologie potrebbero essere inquadrate come:

a): Disturbo delirante di tipo megalomanico

Chi è affetto da questo disturbo mostra un quadro sintomatologico caratterizzato dalla convinzione di essere dotato di straordinari poteri. Il suo assetto psicopatologico lo spingerebbe a nutrire una parte “insaziabile”, vorace ed ipertrofizzata della propria personalità che lo spinge ad affrontare qualsiasi avversità. Ritenendosi “invincibile” è spinto a non valutare, su un piano concreto, i dati di realtà. 

  1. b) Disturbo narcisistico di personalità

Chi è affetto da questo disturbo mostra un quadro sintomatologico caratterizzato da un quadro pervasivo di grandiosità.  Il soggetto è assorbito da fantasie di illimitato successo, potere, fascino, bellezza. Crede di essere speciale, unico ed ha un’irragionevole aspettativa di una soddisfazione immediata delle proprie aspettative ed un patologico bisogno di essere ammirato.

 

Per un orientamento diagnostico di Giuseppe Garibaldi

Se dovessimo rileggere le vicende umane, storiche e politiche di Giuseppe Garibaldi, alla luce delle patologie precedentemente descritte, credo che Garibaldi non possa essere inquadrato come un soggetto affetto da un “disturbo delirante di tipo megalomanico”. Che Garibaldi fosse, altresì, immune da un “disturbo narcisistico di personalità”, ci viene confermato dal fatto che Garibaldi, “l’eroe dei due mondi”, pur essendo al tempo, uno dei personaggi più acclamati e popolari del Vecchio e del Nuovo Continente, se fosse stato affetto da questa patologia avrebbe, certamente, ottenuto un maggiore successo personale, sia economico che politico.  Volendo, inquadrare necessariamente la figura di Giuseppe Garibaldi da un punto di vista psicologico, potremmo ipotizzare che lo stesso possa essere inquadrato all’interno di qualche altra categoria diagnostica.

 La nikefobia

 Alcuni psicoanalisti hanno descritto la “nikefobia”, una modalità psicologica, per certi aspetti opposta a quelle precedentemente descritte. Le geste e le vicende di un valoroso condottiero del passato possono illuminarci su questa patologia. Annibale Barca, il famoso condottiero cartaginese, dopo aver attraversato le Alpi con il suo esercito e sessantaquattro elefanti, prima di sferrare l’ultimo ferale attacco a Roma, sostò per un lungo periodo a Capua. Gli storici raccontano che Annibale dovette arrestare la sua avanzata perché era consapevole di non avere gli uomini sufficienti per tentare di espugnare una città, protetta da mura saldissime ed invalicabili. Come narra la storia, Annibale dopo quella lunga sosta a Capua, non coronò mai i suoi desideri di vendetta nei confronti dei romani; dovette ripiegare e dopo essere stato sconfitto nella battaglia di Canne, abbandonò l’Italia, fino a darsi la morte a sessantaquattro anni. La rilettura storica appare inattaccabile e certamente tiene conto degli aspetti di realtà. Cionostante, uno psicoanalista potrebbe avanzare l’ipotesi psicologica che una spinta inconsapevole abbia bloccato Annibale proprio quando egli era sul momento di annientare la potenza romana. Uno psicoanalista potrebbe avanzare l’ipotesi che, al di là dei dati di realtà, Annibale, fosse stato attanagliato da quella che, in termini psicodinamici, viene definita “n

nikefobia”, la paura della vittoria. Sarebbe corretto avanzare la stessa ipotesi per Giuseppe Garibaldi?  La storia narra che il nizzardo, dopo aver conquistato la Sicilia ed il Regno delle Due Sicilie, abbia poi consegnato il Regno al Re, Vittorio Emanuele. Data l’incredibile vicinanza tra i due luoghi (Capua, come tutti sanno dista pochi chilometri da Teano), a meno di credere all’ipotesi di forze geografiche particolari, all’esistenza di “un’area della non-azione”, potremo ipotizzare che in tutti e due i casi una spinta inconsapevole presente nei due grandi condottieri abbia, forse, mutato il corso della storia.

 Garibaldi, Cincinnato e i tratti “dipendenti di personalità

 “Giacchè mi chiedete ciò che io voglio, ve lo dirò: qui io posso esistere per il bene della Repubblica che in due modi: o dittatore illimitatissimo, o milite semplice” (Lettera a Mazzini – 1849)

“Abbenchè nato rivoluzionario, io non ho mai mancato, quando necessario, di sottopormi a quella disciplina necessaria, indispensabile alla buona riuscita di qualunque impresa, e sino dal tempo ch’io m’ero convinto dover l’Italia marciare contro Vittorio Emaneuele, per liberarsi dal dominio straniero, io ho creduto un dovere sottomettermi agli ordini suoi a qualunque costo, anche facendo tacere la coscienza mia repubblicana.”

“Tutte le volte che quel dualismo ha potuto nuocere alla gran parte del paese, io ho piegato, e piegherò sempre” (Discorso alla Camera del 18 aprile 1861)

 

Leggendo queste dichiarazioni di Garibaldi, quello che colpisce maggiormente è la sua ossequiosa obbedienza nei confronti dei suoi interlocutori. E questa sua disposizione all’essere nell’ombra, quel suo “piegarsi” al senso dello Stato, ci rimanda ad un’altra figura del passato, a quel Lucio Quinzio Cincinnato, che, dopo aver sconfitto gli Equi, se ne ritornò al proprio podere, sdegnando ogni onore. Volendo ipetrofizzare i tratti di dipendenza di Garibaldi, c’è chi potrebbe leggere questo suo declinare ad altri decisioni politiche che, in ogni caso lo avevano visto come protagonista, questa sua disposizione alla “cieca” obbedienza, questo suo non ribellarsi mai ai suoi interlocutori politici, questo suo accettare “passivamente” una serie di cocenti umiliazioni, come un segno inequivocabile di un suo tratto “dipendente di personalità”.

Assetto psicosomatico

Volendo restare sempre nel campo delle ipotesi psicodinamiche, si potrebbe ipotizzare che la patologia (l’artrite) di cui soffriva Garibaldi era una sua modalità “psicosomatica” di tradurre il dolore mentale in fisico, di convogliare nel corpo tutte le cocenti delusioni ed umiliazioni subite negli anni.

 Conclusioni

 Sui banchi di scuola abbiamo imparato che ogni popolo ha il proprio eroe nazionale. Per quanto possa sembrare paradossale, l’Italia, un paese che ha dato i natali a santi, artisti e navigatori, non annovera tra e sue fila un eroe nazionale, un Che Guevara, che infiammi e compatti le folle. Per l’immaginario collettivo, Giuseppe Garibaldi è stata, nel bene o nel male, l’unica figura nazionale che abbia, incarnato questo ruolo. E’ innegabile, altresì, che se Garibaldi fosse morto su un campo di battaglia, la sua figura sarebbe stata ammantata maggiormente di un alone mitologico e divenuta oggetto di culto. Ai feroci detrattori di Garibaldi, vorrei dedicare queste annotazioni di Sigmund Freud: Chi ha interesse ed ammirazione per un grande uomo tende ad idealizzarne la figura e non tollera quindi che siano in lui rilevati elementi suscettibili di venir considerati residui di debolezze o di imperfezioni umane.” (“Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci”- 1910)

Articolo comparso sul volume “Processo a Garibaldi” – Luglio 2003

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