Prefazione di Ignazio Senatore al volume “Franco Zeffirelli” di Domenico Palattella

22 Marzo 2024 | Di Ignazio Senatore
Prefazione di Ignazio Senatore al volume “Franco Zeffirelli” di Domenico Palattella
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Tra i tanti registi espressi dal cinema italiano, va a Franco Zeffirelli la palma di quello più contestato in Patria e osannato all’estero.

Personalità eclettica, una vita spesa tra il cinema e il teatro lirico, per il quale ha realizzato memorabili regie nei più prestigiosi templi dell’opera, è stato uno dei bersagli preferiti di una certa critica militante.

Dichiaratamente di destra (fu eletto senatore per due legislature verso la fine degli anni Novanta, nelle file del Polo della Libertà), Zeffirelli fu attaccato per la ricerca estetica che dominava nei suoi film, giudicata fin troppo barocca, sfarzosa ed eccedente.

I più lo criticarono per quel soffio melodrammatico con le quali lastricava i suoi film; altri, invece, lo accusavano di prediligere i feuilleton, i sentimentalismi di maniera e di proporre una visione liquorosa dei rapporti umani.

Quel cinema, definito pomposo e calligrafico, era, invece, figlio dell’amore di Zeffirelli per il lusso, la ricchezza e l’eleganza che, di fatto, hanno sempre circondato il regista fiorentino nella vita reale.

In verità, la maggior parte delle critiche che gli venivano mosse erano legate al fatto che Zeffirelli non era un regista “catalogabile”, dal momento che, senza fare una netta scelta di campo, di fatto, aveva speso la vita tra la lirica e la Settima Arte.

Nonostante i rilievi e le sottolineature, il Maestro fiorentino fu premiato per Romeo e Giulietta con un David di Donatello come miglior regia e con un Nastro d’argento come miglior film. Un altro David lo conquistò come migliore regia per Fratello sole sorella luna.

Oltre a un David speciale e a un David alla carriera nel 2002, ottenne due nomination agli Oscar come miglior regia per Giulietta e Romeo e miglior sceneggiatura per La traviata.

Nato da una relazione extra-coniugale, al tempo, non poteva essere registrato né con il cognome del padre, né della madre. Per una regola vigente in quegli anni, le iniziali dei cognomi ruotavano dalla A alla Z.

Quando la madre scopri che l’iniziale era la Z, in omaggio ai “zeffiretti”, cantati nell’Idomeneo di Mozart, decise di dargli il cognome Zeffirelli. Una scelta, se vogliamo, che indirizzò, forse, in qualche modo il suo destino.

Epigono di Douglas Sirk, dopo una particina come attore ne “L’onorevole Angelina” di Luigi Zampa (1947), Zeffirelli muove i primi passi al cinema, assieme a Francesco Rosi, come aiuto regista di Luchino Visconti ne La terra trema.

Da Visconti, con il quale ebbe una tempestosa love-story, eredita la perfezione maniacale e la cura per i minimi particolari ma di fatto, a differenza di Francesco Rosi, si distacca dalla visione neorealista del suo Maestro. Affascinato dall’eleganza del mondo aristocratico, più che narrare la contemporaneità, divenne il cantore di un passato spesso idealizzato.

Regista anomalo nel panorama italico, grazie al suo respiro internazionale, disdegnando di lavorare con attori e attrici italiche, ha puntato sempre su artisti stranieri. Nella sua autobiografia dichiarò:

Gli attori li guardi negli occhi, e se guardi altrove sul loro corpo, vuol dire che come “persone” non t’interessano, perché soltanto gli occhi sono le finestre dell’anima, della personalità. Nei primi piani, poi, sullo schermo, tutto viene ingrandito a dismisura e gli occhi diventano giganteschi. Se un attore non ha occhi che “parlano” può cambiare anche mestiere.

Tra i filoni principali della sua prestigiosa carriera, il suo amore per il Bardo, che lo ha spinto a dirigere alcuni dei suoi maggiori successi internazionali.

La bisbetica domata (1967), interpretata magistralmente da Liz Taylor e Richard Burton, al tempo tra le star più famose e chiacchierate del panorama cinematografico internazionale; Romeo e Giulietta (1968), con Leonard Whitling e Olivia Hussey e Amleto (1990), interpretato da Mel Gibson, Glenn Close e Alan Bates.

Il secondo filone, legato al suo amore per la lirica, lo ha portato a dirigere Placido Domingo nella Cavalleria Rusticana, dall’opera di Pietro Mascagni, e ne La traviata, dall’opera di Giuseppe Verdi. Ha poi affidato a C. Thomas Howell, il ruolo da protagonista ne Il giovane Toscanini (1988) e ha omaggiato “la Divina” con Callas forever, interpretato da Fanny Ardant e Jeremy Irons.

Tra i suoi più grandi successi Fratello sole, sorella luna (1972), sulle figure di San Francesco e Santa Chiara. A interpretare la santa fu Judi Bowker e, invece nei panni del fraticello d’Assisi fu scelto Graham Faulkner. In verità, inizialmente il regista fiorentino aveva proposto quel ruolo a Gigi Riva, l’allora bomber del Cagliari, che rifiutò per il ruolo un cachet di quattrocento milioni.

Singolare la genesi di questo film. Zeffirelli, in compagnia di Gina Lollobrigida e Gian Luigi Rondi, si stava recando a vedere l’incontro di calcio Fiorentina – Cagliari. Vittima di un grave incidente d’auto, che gli procurò fratture agli zigomi e in altre parti del corpo, durante la degenza, ebbe la visione del santo e decise allora di dedicargli un film che fu impreziosito dalla splendida colonna sonora di Riz Ortolani e dai costumi di Danilo Donati.

Altri film di Zeffirelli, in verità, non ebbero eguale successo, a partire da “Camping” (1957), film d’esordio, “Il campione” (1979), “Storia di una capinera” (1993), “Jane Eyre” e “Un tè con Mussolini“ (1999), ricoperti ben presto dalla polvere e caduti nell’oblio.

Grande amante della città natale, dopo la terribile alluvione del 4 novembre 1966 che devastò Firenze, con un doc che fece il giro del mondo (grazie a dei testimonial d’eccezione, tra i quali Richard Burton), contribuì a raccogliere fondi per la ricostruzione del capoluogo toscano.

Da segnalare, però, il grande successo televisivo di “Gesù di Nazareth” (1977), sceneggiato di cinque puntate, interpretato da Robert Powell, Olivia Hussey, Anne Bancroft, Rod Steiger, Anthony Quinn, Claudia Cardinale e Valentina Cortese.

Grande tifoso della Fiorentina e antijuventino dichiarato, nel Processo del lunedì, programma televisivo, condotto in quegli anni da Aldo Biscardi, Zeffirelli lanciò ripetuti strali contro le magagne e gli arbitraggi pilotati che, sin da allora, la squadra bianconera perpetrava. Denunciato dall’allora Giampiero Boniperti, presidente dalla Juve, fu condannato a pagare trentasette milioni.

Personalità sanguigna e passionale, al di là della grandezza della sue opere, Zeffirelli fu grande amico di Anna Magnani, Coco Chanel, Grace Kelly, Maria Callas e Luciano Pavarotti.

Nel corso della sua vita si circondò di personalità di spicco del mondo artistico come Mia Farrow, Ava Gardner, Tennessee Williams, Jean Marais e, nella sua faraonica villa di Positano, ospitò, tra gli altri, Liza Minnelli, Mauro Bolognini, le sorelle Kessler, Marina Cicogna, Rudolf Nurejev e tanti altri. Recentemente Anselma dell’Olio ha dedicato al Maestro fiorentino il doc Franco Zeffirelli, conformista ribelle.

Un plauso a Domenico Palattella, curatore del prezioso e dettagliato volume sul Maestro fiorentino. Il critico cinematografico pugliese, infatti, dopo aver proposto delle appassionate schede sulle pellicole dirette da Zeffirelli, ha arricchito il volume con un’intervista alla signora Mantovani, vedova di Luciano Pavarottti, grande amico del regista.

Un saggio esaustivo, che riporta non solo l’elenco dei premi di cui si è fregiato Zeffirelli, ma anche i titoli delle regie teatrali e delle sceneggiature firmate dal Maestro.

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