In una plumbea e notturna città francese, la vita è così penosa che le persone, tristi e disperate, non trovano di meglio che suicidarsi. Con grande fiuto del commercio, Mishima e Lucrèce Tuvache gestiscono la Bottega dei suicidi, un negozio dove si può trovare tutto l’occorrente per togliersi la vita; corde per impiccarsi, gas, revolver con una pallottola sola, funghi velenosi, lamette arrugginite per tagliarsi le vene.
A detta di Lucrèce niente è poi più femminile che un veleno, paragonabile a un profumo da inalare. Gli affari vanno a gonfie vele, fino a quando Lucrèce Tuvache dà alla luce Alan, il terzogenito.
Appena nato, il piccolo sorride e, una volta cresciuto, mantiene questa felicità quotidiana, diversamente dalla sorella Marilyn e dal fratello Roxane, che hanno sempre il broncio. Alan accoglie i clienti, che affollano il negozio, con il buongiorno (e non il malgiorno) e li saluta con un arrivederci e non con addio, scatenando il puntuale disappunto della madre.
Alan, che vede la vita in rosa, al mattino canticchia con gli amici e infonde loro la gioia di vivere.
Stanco della processione di aspiranti suicidi, posiziona davanti al negozio un’auto con un impianto stereo, e grazie all’onda sonora provocato dalle potenti casse acustiche, fa cadere al suolo di boccette, flaconi e altri contenitori, rendendo, di fatto, inutilizzabili gran parte dei prodotti.
Un suo amico s’innamora di Marilyn, la chiede in sposa e propone a Lucrèce di trasformare la bottega in una creperia. L’idea funziona e il locale è pieno di clienti. Mishima, indispettito per il clima festoso, intuisce che c’è dietro tutto questo c’è lo zampino di Alain e lo insegue con una spada.
Giunti sul tetto di un palazzo, Alain, finge di voler suicidarsi, poi, si scusa e propone al padre un patto; verrà perdonato, se riuscirà a farlo ridere. Si lancia dal tetto ma, come una molla, rimbalza e va su e giù. Il papà inizia a ridere e, sul finale, la bottega continua a sfornare crepes.
Al primo e unico film d’animazione, Leconte a adatta Le Magasin des Suicides, romanzo di Jean Teulé e si lascia affiancare in questo progetto da Artur Qwak.
In questa black-comedy, venata da un’irresistibile humour nero, Leconte sceglie la tecnica del disegno animato tradizionale, in due dimensioni, e strizza l’occhio allo stile caro a Tim Burton. I colori scelti, (prevalentemente il grigio, il nero e il blu), rispettano il tono macabro che attraversa l’intera vicenda.
Rispetto al romanzo originale, Leconte, però, cambia il finale pessimista e regala uno schioppettante lieto fine.
A spezzare la narrazione, gli inserti musicali che dovrebbero avere il compito di alleggerire e rendere più allegro la melanconica vicenda, ma i brani, poco orecchiabili e con l’identico registro musicale, non danno la necessaria scossa alla pellicola.
Piccola citazione a Il porto delle nebbie di Marcel Carné (1938), con Jean Gabin.
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