I 70 anni de La banda degli onesti

1 Marzo 2026 | Di Ignazio Senatore
I 70 anni de La banda degli onesti
Senatore giornalista
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Basta entrare in uno dei tanti bar di Napoli e, immancabilmente, ci si imbatte nella gigantografia di un fotogramma, tratto da “La banda degli onesti”, di Camillo Mastrocinque, film che compie quest’anno settant’anni; Totò e Peppino, di fronte al bancone di un bar, sono in procinto di sorseggiare un caffè.

E’ uno dei momenti clou del film, perché Antonio Bonocore (Totò), con madre, figli e moglie a carico, portiere di uno stabile romano, sta cercando di convincere il tipografo Lo Turco (Peppino De Filippo) a stampare delle banconote di diecimila lire false.

In verità, Totò alla morte di un condomino, era venuto, fortunosamente, in possesso di un cliché del Poligrafico dello Stato e della carta filigranata.  Dopo mille esitazioni, a Totò e Peppino, si aggiunge Cardone (Giacomo Furia), un decoratore di vetrine.

E’ lo stesso Furia a ricordare che Totò e Peppino infarcivano i dialoghi a ripetizione, durante la lavorazione. “Succedeva che prima di una scena,  ha raccontato Furia, che Totò convocasse Peppino e me in un angolo del set e lì, come era costume al tempo della commedia dell’arte. E allora, uno diceva una cosa, uno un’altra e si inventava una gag fuori dal copione. Quindi ai ciak ognuno dava un ulteriore contributo personale, così come gli veniva in mente. Come ad esempio, anche l’idea, per esempio di velocizzare la sequenza dei soldi, la ebbe Totò.”

Come è noto, i tre iniziano a stampare delle banconote ma, il figlio di Totò, è un finanziere che sta indagando sul denaro “falso” che circola nella Capitale. Bonocore, entra nel panico, e informa i complici. Scoprono che nessuno di loro ha mai spacciato le banconote stampate e, preso atto della loro onestà, le bruciano.

Nell’euforia, Bonocore brucia anche lo stipendio. Un film che ancora oggi, non risente dell’usura degli anni e mantiene intatta la sua freschezza e vis comica. La pellicola ebbe un enorme successo di pubblico ma fu, praticamente, ignorato dalla critica.

Poneva al centro della narrazione tre poveri diavoli, onesti fino al midollo, che per la prima volta nella loro vita, provano a mettere da parte i principi morali e si lasciano andare a una truffa. Più che la trama in sé, il film è ricco di situazioni esilaranti e si nutre delle battute e delle invenzioni sceniche, di Totò e Peppino.

Sergio Corbucci ricorda: In fase di sceneggiatura, Totò non dava nessun apporto, ma appena arrivava sul set partoriva un’idea dietro a un’altra, inventava battute e situazioni comiche, ti trasformava di sana pianta anche la scena più banale. Tutti della troupe schiattavano dal ridere, in questi casi spesso i macchinisti e gli elettricisti finivano con l’applaudirlo, perché si divertivano come i pazzi.”

Un sodalizio quello tra il principe della risata e il grande Peppino che ha regalato agli spettatori tantissime commedie travolgenti. A chi attribuiva a Peppino il ruolo di spalla di Totò, De Filippo amava rispondere: “La spalla si trova solo in macelleria”.

Lui stesso, in merito alla collaborazione con il grande Totò, dichiarò: “Non è che con Totò mi trovassi proprio a mio agio, però lui aveva una grande stima, un rispetto per me. Cominciavamo ad andare sul set alle due perché prima di allora non ce la facevamo perché Totò era abituato ad andare a letto alle tre-quattro di notte e faceva l’alba.. Ci si trovava alle due sul set con Totò a ricombinare la sceneggiatura. Il soggetto era quello, ma era tutto campato in aria.  Ogni film con Totò per me era una lotta, una lotta disperata. A lui per portarlo su un piano di umanità, a me per stare un po’ tranquillo e salvarmi il più possibile da tutte quelle cose cha facevano fare a Totò.“  

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