Anno 1923. Abel Rosenberg (David Carradine), trapezista trentacinquenne ebreo- statunitense, giunge a Berlino col fratello Max, che si suicida.
Il marco è svalutato (un pacchetto di sigarette costa quattro miliardi di marchi), mentre i seguaci di Hitler danno la caccia agli ebrei, nel Paese si respira un’aria di incertezza e di paura.
Abel si reca al cabaret L’asino blu, dove si esibisce Manuela (Liv Ulmann), e gli comunica che il marito, prima di suicidarsi, ha lasciato una lettera su cui scritto: “Un flagello sta per abbattersi su di noi“.
Il quartiere dove alloggia Abel è teatro di una serie di omicidi e l’ispettore Bauer (Gert Frobe), sospettandolo di aver ucciso il fratello, lo arresta, ma poi lo rilascia. Manuela dichiara ad Abel che lavora in un ufficio, ma lui, rovistando nella sua camere, trova un mucchio di denaro. ù
Manuela gli confessa, allora, di aver avuto una relazione con il dottor Vergérus (Heinz Bennent), e che lavora in un bordello di lusso, frequentato da gente importante.
Manuela e Abel vanno ad abitare in un appartamento, messo a disposizione da Vergérus, e provano, senza successo, a costruire una vita insieme.
Vergerus offre ad Abel di lavorare nell’archivio dell’ospedale Sant’Anna, e a Manuela in lavanderia.
Uno dei dottori, che lavora in ospedale, confida ad Abel che, da un po’ di tempo, sono in atto delle sperimentazioni mediche su degli individui, avvolte da un alone di mistero. Sempre più angosciato.
Abel si rifugia nell’alcol e, quando Maddalena muore, si reca in ospedale e scopre che Vergerus e i suoi collaboratori, nel corso dei loro esperimenti, iniettano una droga, chiamata tanatoxina che conduce le persone alla follia e alla morte.
Dopo essere caduto in un sonno profondo, l’ispettore Bauer gli comunica di avergli trovato un lavoro in un circo a Basilea. La voce off svela che Abel ha eluso la sorveglianza degli accompagnatori e che di lui non si è saputo più nulla.
Il film, che attinge agli stilemi dell’Espressionismo tedesco, si apre con le immagini in bianco e nero di persone che, tristi e disperati, camminano in silenzio, e si dirigono in un luogo indefinito.
Avvolto da atmosfere cupe, soffocanti e claustrofobiche, di stampo kafkiane, il film ricostruisce perfettamente quel clima angosciante e senza speranza degli anni in Germania, prima dell’avvento di Hitler.
Abel è, infatti, descritto, come un ebreo alcolizzato che, giorno dopo giorno, è sempre più sopraffatto dagli orrori che i fanatici nazisti compiono in città.
Vergerus, prefigurazione di Hitler, dopo aver dichiarato ad Abel di non essere un mostro, prima di suicidarsi, nel formulare le basi sulle quali si fonda l’aberrante ideologia nazista, esclama:
“Questi sono i primi passi di uno sviluppo necessario. La legge confischerà i nostri risultati e comincerà a studiarli Tra pochi giorni i nostri esperimenti saranno continuati su una scala più vasta. Noi precorriamo i tempi, dobbiamo essere sacrificati.”
In verità, come lo stesso Bergman (Il settimo sigillo, Il posto delle fragole, Il volto, Come in uno specchio, Persona, Sussurri e grida, Fanny e Alexander…) ha svelato, quando era giovane, avendo vissuto per molto tempo in Germania, simpatizzava per Hitler e i nazisti.
Un film, che lo stesso regista ha voluto dirigere a scopo catartico e come auto-terapia. Il finale volutamente aperto, suscettibile di diverse interpretazioni, lascia, forse, aperta una speranza per un mondo migliore.
A Liv Ullman, musa bergmaniana, il regista svedese, affida un personaggio troppo nell’ ombra.
Per un approfondimento della filmografia prodotta da Dino De Laurentiis si rimanda al volume di Ignazio Senatore “Dino De Laurentiis Da Torre Annunziata ad Hollywood. I suoi film”, edito da La Valle del Tempo.
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