“I film non si fanno con gli attori, ma con i caratteristi”, è la fulminante affermazione di John Ford. Ma cosa intendeva, esattamente, il regista di Ombre rosse e di altri insuperabili western con il termine “caratteristi”?
Facciamo un piccolo passo indietro. Sin dagli albori, registi e sceneggiatori hanno strutturato la trama di un film intorno a una rigida composizione di ruoli e funzioni.
In ogni pellicola non possono mancare un attore e un’attrice protagonista, un attore e un’attrice non protagonista, dei comprimari, degli attori di secondo piano, delle comparse e dei figuranti. Non solo. A seconda del genere, ci possono essere, poi, gli attori che, in gergo, sono definiti “spalla”.
Sebbene, come affermò, simpaticamente, Pappino De Filippo: “La “spalla” si trova solo in macelleria.”, è innegabile che molte commedie si basano su coppie di attori, laddove quello “meno bravo” funge da supporto a quello più talentuoso e affermato. Solo per fare qualche esempio, Mario Castellani ha ottenuto la sua consacrazione, recitando al fianco di Totò e sono divenute storiche le coppie Riccardo Billi e Mario Riva, Walter Chiari e Carlo Campanini, Fernandel e Gino Cervi, Alvaro Vitali e Lino Banfi, Bombolo e Enzo Cannavale, Gigi Sammanchi e Andrea Roncato. Una formula quella delle “coppie”, che garantiva, a registi e produttori, sulla scia dei successi precedenti, un sicuro incasso al botteghino.
Dulcis in fundo, a completare le possibili opzioni, di cui ha disposizione un regista per la riuscita del film, è quella di affidarsi alla presenza di uno o più “caratteristi”.
Figura complessa, considerata, erroneamente, di minor peso rispetto agli altri attori o attrici che compongono il cast, quella del “caratterista”, come evoca la parola stessa, è un ruolo d’appannaggio di attori/attrici che, per le loro peculiarità, riescono a colorare un personaggio, donandogli quel tocco vincente di originalità e fantasia.
Il più delle volte, il “caratterista” riesce a oleare così bene il suo personaggio e a recitare in maniera così convincente, da restare impresso nella mente dello spettatore al pari dell’attore o dell’attrice protagonista.
Chi non ricorda, infatti, Carlo Piscane, il simpatico Capannelle de I soliti ignoti e del seguito Audace colpo dei soliti ignoti.
E che dire di Tina Pica, per tutti Caramella, la simpatica e brontolona governante, dalla voce baritonale e dalla sagoma inconfondibile di Pane, amore e fantasia e in Pane, amore e…che, con i suoi commenti ironici e taglienti, cerca di guidare il maresciallo Antonio Carotenuto e metterlo al riparo dai suoi innumerevoli capricci e infatuazioni.
Figura essenziale in alcune pellicole, come il vecchietto del saloon, che compare nei western prodotti dal cinema classico americano, il “caratterista” ha il compito di spezzare la narrazione e proporre delle vie di fughe per lo spettatore.
Depositario di saggezza, spesso portavoce del messaggio contenuto sottotraccia nel film, è colui/colei al quale, nella maggior parte dei casi, è affidato il compito di strappare il sorriso dello spettatore, con gag, battute e/o piccoli tic.
“L’unica cosa che deve fare Bogart in una scena, è entrarvi”, diceva l’insuperabile Raymond Chandler, ideatore dell’infallibile detective Philip Marlowe.
Grazie al loro tocco personale, infatti, i “caratteristi” danno luce a personaggi secondari e di contorno ma, nonostante abbiano a disposizione poche scene o solo qualche battuta, il più delle volte contribuiscono, con il loro ingresso in campo, a rendere più frizzante, gustosa e vivace la narrazione.
La figura del “caratterista” non è, però, presente in tutti i generi cinematografici.
E’ assente, per lo più, nei film d’autore e nella maggior parte dei generi cinematografici:(horror, fantascienza, giallo, dramma…) ma, quando compare sulla scena, è come il sale e condisce la minestra (spesso sciapa) di commedie, musicarelli e commedie sexy.
Un termine, quello di “caratterista”, inviso dagli stessi attori che, giustamente, ritengono limitativa e riduttiva questa definizione
A sottolineare ancor più l’esile distinzione tra attore e caratterista, la conferma che molti di loro fungono da “caratteristi” in alcuni film e sono protagonisti in altri.
Basti pensare a Carlo Dalle Piane, che, grazie al suo viso simpatico, ma diseguale e irregolare, da giovanissimo interpretò il ruolo di Libero Esposito in Guardie e ladri di Monicelli, al fianco di Totò, poi quello di Cicalone in “Un americano a Roma” di Steno, l’irresistibile stallone de La signora gioca bene a scopa? di Giuliano Carmineo e, in età matura, fu il protagonista di Una gita scolastica, Regalo di Natale, e di altre pellicole dirette da Pupi Avati.
E che dire di Vittorio Caprioli, l’esilarante onorevole di Giovannona coscialunga disonorata con onore di Sergio Martino, interprete di film d’autore come Il generale Della Rovere di Rossellini, Metti una sera a cena di Patroni Griffi, La tragedia di un uomo ridicolo di Bertolucci e regista di Leoni al sole e di Splendori e miserie di Madame Royale.
E, infine, Alvaro Vitali. L’attore romano, infatti, ha mosso i primi passi recitando in Amarcord e in altre due pellicole di Fellini, è comparso, poi, in tante commedie sexy, ma è divenuto il travolgente protagonista dei film della saga Pierino.
E’ noto, l’adagio “Non ci sono piccole parti, ma piccoli attori” e, a ben vedere, il più delle volte, il talento di un “caratterista” è proprio in quella capacità di illuminare in pochi minuti la scena nel quale è impegnato.
Diversi attori e attrici sono stati, inevitabilmente, incarcerati nel ruolo di “caratteristi”, anche in ragione di alcuni tratti fisici che li caratterizza.
Basti pensare al simpatico nasone di Pippo Franco, alla faccia buffa di Pippo Santonastaso, allo strabismo di Jimmy il Fenomeno, alla voce graffiante come carta vetrata di Gigi Ballista, all’inusuale altezza di Francesca Romana Coluzzi e alla possanza fisica di Franco Javarone e Antonino Iuorio.
Parafrasando l’affermazione di Sylvester Stallone “Non c’è niente da fare. La gente vuole vedermi riemergere dalla penombra con il viso pestato a sangue, ma pronto ancora a resistere, e magari a vincere. Non vuole nient’altro da me.” è impossibile immaginare un film dove Jack La Cayenne non metta in bocca una tazzina da caffè, dove Pietro De Vico e Nino Terzi non farfuglino e Gianfranco D’Angelo e Alvaro Vitali non contagino lo spettatore con la loro inimitabile e travolgente risata.
E’ evidente che, sceneggiatori e registi, per rendere ancora più efficace la vis recitativa di alcuni “caratteristi” forzano e amplificano certe loro particolarità, fino a dar vita a un loro personaggio immutabile.
Alla simpaticissima Anna Mazzamauro, nota non certo come sex symbol, nella saga Fantozzi è sempre stato affidato il ruolo della vamp; a Giacomo Furia, in virtù della sua simpatica facciona, quello dell’omone buono, ingenuo e credulone, a Gino Bramieri quello del ciccione buontempone e dal cuore d’oro.
A conferma della loro duttilità e generosa disponibilità, il gustoso aneddoto raccontato dallo stesso De Vico:
“Stavo a casa, mi mandarono a chiamare “Vieni, vieni che ti vuole Totò”. Io vado alla Titanus e c’era già la scena pronta. Mi dice: “Mettiti il camice” e io “Che devo dire?”, “Non ti preoccupare, rispondi a quello che ti dico io”. E’ quella scena di Totò Diabolicus sul tavolo operatorio, che non abbiamo mai provato. Venne talmente bene che il regista Steno, ad un certo punto diede lo stop, perché l’operatore talmente rideva che faceva muovere la telecamera e non era più possibile continuare.”
Un altro elemento da non sottovalutare è, inoltre, la scelta a tavolino, di registi e sceneggiatori di puntare su dei “caratteristi” che avessero delle forti connotazioni regionali.
Ricorda Ettore Maria Fizzarotti, regista dei più noti “musicarelli” (In ginocchio da te, Non son degno di te, Perdono, Nessuno mi può giudicare, Una lacrima sul viso, Chimera, Il mio nome è Donna Rosa…): “Per garantire un maggiore successo al botteghino, ci si preoccupava di inserire al fianco del cantante, attori del nord, del centro e del Sud: Nino e Carlo Taranto, Gino Bramieri, Raffaele Pisu, Raimondo Vianello, Sandra Mondaini, Paolo Panelli e Bice Valori.”
Non mancano, naturalmente, a riguardo, le sorprese e le eccezioni del caso, come ricorda Tiberio Murgia: “Per il ruolo di Ferribotte siamo stati provinati in quindici, tutti siciliani meno io che venivo dalla Sardegna. Monicelli ha dovuto fare una guerra per avermi, perché non piacevo al produttore. “Ma devi prendere un sardo quando ci sono tutti sti siciliani veri?”, gli diceva Cristaldi. A Monicelli devo tutto, mi ha strappato dalla miseria e facevo il lavapiatti al Re degli amici. Un bel giorno Monicelli mi vede in Piazza di Spagna, mentre passeggiavo. Era accompagnato dal suo aiuto Mario Maffei e dalla segretaria Silvana Mancini. E’ stata lei ad avvicinarmi; all’inizio credevo che fosse a caccia di avventure, poi ha cominciato a parlarmi del film, del provino. Sembrava che mi sfottessero. Permaloso com’ero, ho detto che non mi interessava, che avevo un lavoro. Sono stati costretti a cercarmi al ristorante per questo provino per I soliti ignoti. Alla firma del contratto ho preso un sacco di soldi solo di anticipo. Dovevo solo essere “altero”, così mi diceva Monicelli. “Altero, Murgia, sempre altero.” La prima volta ho fatto una figuraccia. “Maestro, mi scusi, ma che significa altero?”
Ogni epoca è stata dominata da bravissimi “caratteristi” e, esclusi quelli precedentemente citati, menziono alcuni, in base alla loro regione d’origine.
Laziali: Stefano Amato, Ennio Antonelli, Ugo Bologna, Arturo Bragaglia, Mario Brega, Mario e Memmo Carotenuto, Vincenzo Crocitti, Checco Durante, Antonello Fassari, Riccardo Garrone, Maurizio Mattioli, Ricky Menphis, Francesco Mulè, Roberto Pace, Alfredo Pea, Virglio Riento, Enzo Salvi, Mario Scaccia e Toni Ucci.
Campani: Lello Arena, Carlo Buccirosso Gianfranco Barra, Carlo Croccolo, Biagio Izzo, Dante Maggio, Dolores Palumbo, Nando Paone, Carlo Pisacane, Giuseppe Porelli, Gigi Reder, Tecla Scarano, Nino e Carlo Taranto.
Toscani: Galeazzo Benti, Folco Lulli, Marco Messeri, Carlo Monni, Novello Novelli e Carlo Romano.
Lombardi: Ezio Marano, Guido Nicheli, Didi Perego, Renato Scarpa e Gisella Sofio, Piemontesi: Aldo Maccione, Luigi Pavese e Enrico Viarisio.
Emiliani: Enzo Robutti e Daniele Vargas.
Siciliani: Pino Caruso, Tano Cimarosa, Turi Ferro, Turi Pandolfini e Saro Urzì.
Marchigiani: Ave Nichi e Umberto Spadaro.
Pugliesi: Lucio Montanaro e Gianni Ciardo.
Trentini: Umberto D’Orsi e Mario Maranzana.
Calabresi Leopoldo Trieste.
Veneti: Lino Toffolo.
Una schiera di grandi attori, che, grazie al loro impegno e professionalità, ha nobilitato il cinema italiano e che, seppur noti al grande pubblico, scontano, spesso, il prezzo di una sorta di anonimato.
Infatti, anche se i più, sono riconosciuti dallo spettatore, alcuni di loro, quando compaiono sullo schermo, alimentano in chi è in sala il fatidico interrogativo: “Lo conosco, ha una faccia conosciuta. Come si chiama?”
A conferma della temerarietà e dell’irresistibile carica di simpatia dei “caratteristi”, l’aneddoto che mi rivelò Franco Iavarone: “Molti anni fa fu chiamato per interpretare Michele Strogoff mi chiesero se conoscevo l’inglese, se sapevo cavalcare e tirare di scherma. Io dissi no e non fui più contattato Quando fu la volta de Gli uomini dell’isola pesce, un film dove compariva anche il leggendario Joseph Cotten, mi furono poste le stesse domande ed io, mentendo, risposi affermativamente. Il bello era che io non sapevo neanche nuotare ed una delle scene clou si svolgeva proprio nell’acqua. Dopo mille difficoltà, però, riuscì a superare le mie ataviche paure e, grazie ad un trucco, al posto di un cavallo, mi sistemarono su una Cinquecento dove fingevo di tirare le redini di un cavallo. Ma il bello del cinema è proprio questo ed anche se ti affidano un ruolo che dura anche solo un minuto, in quel breve lasso di tempo, quando ti inquadrano con un primo piano, diventi il protagonista.”
Prefazione al volume “Non solo caratteristi” di Ciro Borrelli, Bruno Grillo, Domenico Palattella, Ignazio Senatore, edito da La biblioteca di Ciano (2026)
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