Cary Grant: icona di simpatia, charme e eleganza

11 Novembre 2025 | Di Ignazio Senatore
Cary Grant: icona di simpatia, charme e eleganza
Articoli di Ignazio Senatore sui rapporti tra Cinema e psiche
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Raymond Chandler, scrittore che creò il magnetico personaggio di Philip Marlowe, dichiarò che Cary Grant sarebbe stato l’attore ideale per vestire i panni del leggendario poliziotto privato. Ian Fleming si ispirò all’attore inglese per creare il personaggio di James Bond, agente 007.

Quale, allora, il segreto di Archibald Alexander Leach, in arte Cary Grant, star tra le più amate di Hollywood, ancora oggi uno dei simboli per eccellenza di eleganza e raffinatezza?

“Un giorno, avrò avuto più o meno dieci anni, tornai a casa e non la trovai. Papà mi disse che era morta, ma in realtà l’aveva fatta internare in manicomio, lo scoprii anni dopo… e da quel momento andai a farle visita ogni volta che potevo. Papà mi rinchiuse in un ottimo collegio, ma lo studio non mi interessava veramente, Quello che volevo in realtà era una famiglia.”

Archie nacque a Bristol il 18 gennaio del 1904, da una famiglia modesta.  A scompaginare la sua infanzia la morte del fratellino maggiore di appena un anno, per meningite. La madre Elsie Maria Kingdom non riuscì a elaborare il lutto della perdita del primogenito, sprofondò nella follia e fu ricoverata in manicomio. Elias, il padre, sarto e stiratore di pantaloni in una tintoria, a sua volta, precipitò nell’alcol e morì qualche anno dopo.

Affidato alla nonna, dopo essere stato espulso dalla scuola. a quattordici anni, Archie seguì una compagnia di saltimbanchi, formata da ragazzini, diretta da Bob Pender, che gli fece da padre e maestro.

Imparò, così, l’arte del circo, del vaudeville e, appena sedicenne, partì con la compagnia per Hollywood. Ritornò qualche anno in Inghilterra, ma poi, ripartì per l’America, dove intraprese mille mestieri: tra questi il rappresentante di cravatte e quello di uomo sandwich, sui trampoli per quaranta dollari la settimana.

Grazie alla sua capacità di cantare e ballare, recitò in numerosi musical a Broadway. Non appena fu messo sotto contratto dalla Paramount, come era uso al tempo, gli affibbiarono un nome d’arte.

Quello di Cary Grant fu suggerito da Fay Wray, sia perché l’attrice aveva interpretato una commedia nella quale il personaggio di Archie si chiamava Cary Lockwood, sia perché riecheggiava, in qualche modo, quello di Gary Cooper, attore all’apice della carriera al tempo e

Lo stesso Grant, confidò: “Per molto tempo non ho fatto altro che recitare nei ruoli rifiutati da Coop.” Cocciuto e testardo, alla ricerca di un proprio stile personale, anni dopo dichiarò:

 “Per tanto tempo ho imitato Noel Coward, con la mano nella tasca e il sorriso. Ci sono voluti tre anni perché togliessi quella mano dalla tasca e sono stati tre anni buttati via.”

Grazie all’impeccabile look di gentleman inglese, all’innegabile sex appeal e all’inconfondibile accento britannico, in diverse screwball comedy incarnò il ruolo di romantico seduttore, diventando, ben presto, un idolo delle donne. Tale era il suo fascino che l’attrice Alexus Smith, che recitò al suo fianco nel film Notte e dì, dichiarò:

Nella mia prima scena con Cary Grant era sotto un ramo di vischio. Quando mi baciò, dimenticai la battuta. Insomma, quando ti dice “ti amo” è così intenso che scordi di avere una funzione sul set.”

La sua eleganza divenne così proverbiale che, ironicamente, David Niven sentenziò: “Sono certo che si fa stirare anche le stringhe delle scarpe”

Tante le attrici che hanno recitato al suo fianco: Marlene Dietrich, Mae West, Katherine Hepburn, Audrey Hepburn, Joan Fontaine, Ingrid Bergman, ma Grant dichiarò che la partner preferita fu Grace Kelly in Caccia al ladro (1955), terzo film dei quattro nei quali fu diretto da Alfred Hitchcock. Riferendosi all’attore britannico, il Maestro del brivido, esclamò:“Cary non lo dirigi. Lo metti davanti alla macchina da presa e basta.”

E successivamente: “Era impossibile fare di Cary Grant un assassino.”

A trentun anni, quando era già famoso, Grant scoprì che la madre non era morta, come gli era stato fatto credere, ma ricoverata in manicomio.

Dimessa, la fece seguire da eminenti psichiatri e si prese cura di lei, fino a quando morì nel ‘73. Lo stesso Grant, si affidò ai trattamenti del dottor Hartman un ipnotista che teorizzava l’uso dell’LSD per superare i traumi infantili. Lo stesso Grant, amaramente, confessò:

“Per molti anni ho sbirciato il mondo avvolto dalla nebbia. Ho cercato la pace interiore con lo yoga e l’ LSD. Ma in me c’era sempre un vuoto. Mia madre mi aveva respinto. Ho preso coscienza di tutto il dolore che mia madre mi ha causato e di quello che io ho causato a lei. Dopo anni di cure, un giorno ho visto la luce. Ho perso tutte le mie paure e i sensi di colpa. Mi sento a un passo dalla felicità. Ma non si finisce mai di guarire.”

Come tutte le star di Hollywood (e non solo), tante le ombre che lo accompagnarono.

A chi gli chiedeva “Ma chi è davvero Cary Grant?”, rispondeva: “Vorrei saperlo anche io. Quando lo scoprite, ditemelo.”

Sulla stessa scia quest’altra sua battuta, diventata famosa: “Tutti vogliono essere Cary Grant. Piacerebbe persino a me”

Come riporta Peter Bogdanovic nel suo Chi c’è in quel film? (Fandango 2008), in un’intervista, il maggiordomo di Grant ricorda che l’attore, al tempo sposato con la miliardaria Barbara Hutton, era così avaro che conservava i bottoni dalle camicie che gettava via.

Chiacchieratissima, soprattutto, la sua amicizia con Randolph Scott, che visse per anni con lui nella sua villa a Santa Monica, e l’assidua frequentazione con il regista e produttore Howard Hughes.

Come riporta Bogdanovich, Grant querelò Cherry Chase che, nel corso di un’intervista, gli chiese se fosse gay. Gray rispose che non aveva nulla contro gli omosessuali, ma che non lo era. La vertenza con Chaese fu risolta con un’azione extragiudiziaria.

Allo stesso Bogdanovich, Grant dichiarò:

Questa storia dura da una vita Un tizio porta una ragazza al cinema. Nel film ci sono io, e la ragazza dice che le piaccio, così il tizio dice: Peccato che sia frocio.”

Nonostante le tante amanti, e tra queste Ginger Rogers e Sophia Loren, e le cinque le mogli (Alla Cheryll, la fioraia cieca di Luci della città di Charlie Chaplin; Barbara Hutton, l’attrice e sceneggiatrice Betsy Drake; Dyan Cannon, interprete tra gli altri di Bob &Carol &Ted & Alice, Il Paradiso può attendere, Trappola mortale) e, infine, Barbara Harris, un’inglesina molto più giovane di lui), Grant, amaramente, dichiarò:

Non ho mai lasciato io le mie mogli. Sono sempre state loro che hanno lasciato me.”

E successivamente:

Quando sono sposato voglio essere scapolo e quando sono scapolo voglio essere sposato.

Dopo aver interpretato Cammina, non correre, per la regia di Charles Walters (1966) si ritirò dalle scene. Come lui stesso affermò:

Nel 1953 per la prima volta pensai di ritirarmi. Era in periodo dei blue jeans, dei primi tossicomani, del Metodo. A nessuno importava più nulla della commedia.”

Tanti e diversi i motivi legati alla sua scelta. Il vento del cinema americano era profondamente mutato in quegli anni, anche in ragione della guerra contro il Vietnam che aveva scatenato proteste e ribellioni in tutti gli States.

Per molti, inoltre, Grant non voleva che il suo aspetto invecchiato e meno brillante, alterasse il ricordo di quella immagine perfetta che lo aveva reso una star. Infine, per altri, l’attore non si sentiva più a suo agio per recitare ancora il ruolo di seduttore accanto ad attrici molto più giovani di lui.

Ritirato dalle scene a sessantadue anni, divenne azionista e dirigente della celebre casa di cosmetici Fabergé.

Dopo quasi quarant’anni di carriera cinematografica, settantadue film e due nomination (Ho sognato un angelo e Il ribelle), il 7 aprile del 1970, l’Accademy of Motions Picture Arts and Sciences gli conferì l’Oscar alla carriera. Morì il 29 novembre 1986, mentre recitava nel suo spettacolo An evening with Cary Grant, all’Adler Theater di Davenport, in Iowa.

A raccontare la sua vita una serie televisiva, in quattro puntate, dal titolo Archie, prodotta di recente da Jennifer, la sua unica figlia, nata dal matrimonio con l’attrice Dyan Cannon.

A vestire i panni di Grant Jason Isaacs. Da segnalare, infine, documentario In Becoming Cary Grant, per la regia di Mark Kidel.

A chiudere questo affettuoso omaggio all’irresistibile seduttore di Bristol, un aneddoto raccontato da Vittorio De Sica:

David O. Selznic aveva letto il soggetto di Ladri di bicicletta ed era disposto a finanziarlo. Mi scrisse che il personaggio del padre avrebbe voluto si affidasse a Cary Grant. Mi caddero le braccia. Non perché non stimassi Cary Grant, ma lo ritenevo assolutamente inadatto a interpretare il ruolo di un operaio italiano. Osai rispondergli che, se proprio esigeva un attore americano, avrei preferito Henry Fonda, che era almeno il più semplice e sincero fra gli attori americani. Mi rispose che con Henry Fonda non c’era niente da fare. Box office eguale a zero.”  

Come è noto, Grant non fu mai diretto da De Sica che la spuntò, e affidò il ruolo di protagonista a Lamberto Maggiorani.

Capitolo di Ignazio Senatore tratto dal volume “Cary Grant. I film dei nostri sogni”, a cura di Roberto Lasagna, edito da La Cineteca di Caino – 2025

 

 

 

 

 

 

 

 

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