1940. Reggio Emilia. Dopo aver indossato i vestiti della festa, Alcide Cervi (Oleg Jakov) e i suoi figli, Aldo (Gian Maria Volontè), Gelindo (Riccardo Cucciolla), Ferdinando (Renzo Montagnani). Agostino (Don Backy), Antenore (Gino Lavagetto), Ovidio (Ruggero Miti), Ettore (Benjiamin Lev), si recano in teatro a vedere la Tosca di Puccini, interpretata da Lucia Sarzi (Lisa Gastoni), un’attivista del Movimento Clandestino, che, nel corso della rappresentazione, improvvisa delle battute che, tra le righe, invitano la popolazione a ribellarsi.
Il suo è un chiaro attacco al regime fascista e Aldo, colpito dal suo coraggio, alla fine della recita, va a complimentarsi con lei.
I Cervi si trasferiscono in un altro terreno e iniziano a coltivarlo e a renderlo fertile e, aperti al nuovo, comprano il primo trattore della zona.
Aldo è innamorato, ricambiato di Verina (Carla Gravina), ma è contrario al matrimonio e lei, dopo aver dato alla luce una bambina, va a vivere nella loro fattoria con la neonata.
Verina è accolta dalle mogli di Antenore, Agostino e Gelindo e dalla madre Genoveffa (Elsa Albani). Aldo, il più politicizzato di tutti, spinge i fratelli alla lotta.
Grazie a Lucia Sarzi, conosce Dante (Andrea Checchi), un compagno del CNL, venuto dalla Francia. Aldo vorrebbe far saltare in aria una Casa del Fascio, azione che, secondo lui, potrebbe svegliare la popolazione, ma Dante gli suggerisce di non correre inutili rischi, anche perché, i tempi non sono ancora maturi.
Un flashback ci riporta a quando Aldo, in galera conosce Ferrari (Serge Reggiani), un’antifascista che gli fa leggere il Manifesto del Partito Comunista.
Aldo è cattolico e Ferrari, giustamente, gli fa notare che la Chiesa benedice i gagliardetti fascisti, legittima Mussolini e che, per liberarsi dal fascismo, non basta la carità cristiana ma occorre la lotta.
L’Italia entra in guerra e, mesi dopo, i fascisti sparano sulla folla inerme che chiede la pace. Aldo, Gelindo e gli altri fratelli, ai quali si aggrega anche Dante (Duilio Del Prete), un partigiano, che ha combattuto in Spagna, sottraggono le armi ai fascisti e ne accumulano abbastanza da armare un piccolo esercito.
Dante li raggiunge in montagna e disapprova i loro comportamenti e li ammonisce, perché non in linea con le direttive del CNL Aldo. sprezzante, lo liquida e gli lascia intendere che continueranno imperterriti la loro lotta.
Aldo e gli altri partigiani si rifugiano da Don Pasquino Borghi (Massimo Foschi) e poi, attaccano, senza fortuna, un convoglio di tedeschi.
I fascisti e i tedeschi circondano la fattoria dei Cervi e, dopo aver dato fuoco al fienile, arrestano i fratelli Cervi e li torturano. Dante ha in mente di assaltare il carcere dove sono rinchiusi i Cervi e liberarli, ma, al mattino del 28 dicembre del 1943, i sette fratelli sono fucilati al Poligono di tiro di Reggio Emilia.
Puccini rende omaggio a una delle pagine più gloriose e drammatiche della Resistenza e dirige un film rigoroso ed emotivamente coinvolgente, idealmente, diviso in due parti. Nella prima, il regista milanese mostra i fratelli Cervi, come degli onesti e laboriosi contadini che lavorano i campi, vivono con mogli e figli, felici e tranquilli nella loro fattoria.
Il punto di svolta del film è l’incontro, in carcere, di Aldo con Ferrari. Puccini sceglie di non approfondire la presa di coscienza politica di Gelindo, Ferdinando, Agostino e degli altri fratelli, che, per tutto il film, non si confrontano mai dialetticamente con Aldo, nè discutano con lui obiettivi e strategie e, di fatto, per tutto il film, Aldo ha come riferimento politico solo Lucia e Aldo.
Puccini non cede nelle secche del commemorativo e del celebrativo e sceglie di non mostrare gli orrori e i crimini compiuti dai nazifascisti. Il regista mescola, sapientemente, colore e bianco e nero, e regala un grande affresco dell’epoca e, senza enfasi, sottolinea come, grazie all’eroico e coraggioso contributo di partigiani, come i fratelli Cervi, fu possibile abbattere il regime fascista e scacciare i nazisti dal suolo italico.
Gian Maria Volontè e Lisa Gastoni sanno dare la giusta forza espressiva ai loro personaggi.
Tra i brani Un’ora sola ti vorrei di Umberto Bertini e Paola Marchetti. Nei titoli di testa la sestina finale della poesia “Ai fratelli Cervi, alla loro Italia” di Salvatore Quasimodo: “Non sapevano soldati, filosofi, poeti, di questo umanesimo di razza contadina. L’amore, la morte, in una fossa di nebbia appena fonda. Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore, non per memoria, ma per i giorni che strisciano tardi di storia, rapidi di macchie di sangue.” Aiuto regia: Gianni Amelio, alla terza collaborazione con Puccini.
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