8 settembre 1943. Dopo la dichiarazione del maresciallo Badoglio e la fuga del re, i soldati, abbandonati a se stessi, lasciano i loro reparti, per far ritorno a casa.
Cesare (Vittorio Duse) scopre che Milano. piena di sfollati, e, su suggerimento della ricchissima Matilde (Elli Parvo), amica d’infanzia, accetta di tornare a lavorare alla fornace, un’azienda che dà lavoro a diversi operai.
Cesare, diventa l’amante della sensuale Matilde, una donna attenta ai proventi dell’azienda e a non esporsi politicamente, sposata con il ricco commendatore, proprietario della fornace.
La radio annuncia che i giovani devono arruolarsi nuovamente e, in tanti si rifugiano in montagna e si aggregano ai partigiani.
Invece di godersi il lusso e il calore del sinuoso corpo di Matilde, Cesare, attratto da Laura (Lea Padovani), una sarta, che funge da staffetta per i partigiani, abbraccia anche lui l’ideale della Resistenza e compie un paio di azioni contro i tedeschi, che non lesinano di fucilare Don Camillo (Carlo Lizzani), il prete del paese, che collaborava con i partigiani.
Intanto, Matilde, soffocata dalla noia e dalla monotonia di una vita spesa in un borgo lontano da feste e divertimenti diventa l’amante di un ufficiale tedesco, il crudele e cinico maggiore Heinrich (Massimo Serato).
La radio annuncia che Napoli ha cacciato i tedeschi, e, allora, i partigiani del borgo contadino, si ribellano e, dopo un violento scontro a fuoco con i tedeschi, festeggiano anche loro il crollo dei nazifascisti.
Il film, finanziato dall’ANPI, nella prima parte, trova un proprio respiro e, dopo aver illustrato lo sbandamento di Cesare e degli altri soldati, ruota intorno alla vicenda amorosa tra Cesare e Matilde, che sembra promettere scintille e colpi di scena.
Il film, invece, non si impenna e la trama non offre altre via di fughe. Incapace di tratteggiare i personaggi della vicenda e dare loro spessore, il regista trascina stancamente la trama fino al prevedibile finale con la morte Matilde muore, colpita da un paio di proiettili.
Come in tanti film sulla Resistenza, manca un approccio propriamente politico che illustri le ragioni che hanno spinto migliaia di partigiani a battersi contro la dittatura nazifascisti.
Paradossalmente, il rischio è che si finisca per dar ragione a Matilde, che non comprende perché gli uomini del borgo imbraccino i fucili e non pensino solo a lavorare.
Da segnalare l’epicità della scena della fucilazione del prete e dell’altro partigiano, accompagnata dalla recita dell’Ora pro nobis da parte della popolazione impietrita, ma commossa. Nei titoli di testa: “Questo film è dedicato ai caduti per la resurrezione della Patria.”
…Il titolo rimanda alla parola cifrata scelta dai partigiani per segnalare la cacciata dei tedeschi e la caduta del nazifascismo. Tra gli interpreti Checco Durante e il futuro regista Gillo Pontecorvo. Nastro d’argento a Massimo Serato, come miglior attore non protagonista. Giuseppe De Santis assistente alla regia.
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