Olanda, 1665. La diciassettenne Griet (Scarlett Johansson), va a servizio presso la famiglia cattolica del pittore Johannes Vermeer (Colin Firth), sposato con Catharina (Essie Davis), che ha appena sfornato l’ennesimo bebé, e con l’arcigna Maria (Judy Parfitt), madre di lei.
Silenziosa e obbediente, Griet lava i panni, strofina i pavimenti, lucida le stoviglie ma, attenta osservatrice, intuisce che il maestro, per dipingere, ha bisogno nella sua stanza di un certo tipo di luce.
Lei conosce Peter (Cillian Murphy), il figlio del macellaio, un ragazzo simpatico che le fa una corte spietata, ma la sua mente è completamente rapita dai dipinti di Vermeer che, ben presto, la sceglie come assistente per la preparazione e la mescola dei colori.
Il mecenate Van Ruijven ((Tom Wilkinson), fonte di reddito di Vermeer, chiede al pittore se Griet può lavorare per lui, ma il pittore rifiuta e per accontentarlo, gli promette di ritrarre la ragazza.
Di nascosto dalla moglie e con la complicità della suocera, sempre attenta alle finanze familiari, Vermeer, ritrae Griet, e per donarle maggiore grazia, le lascia indossare i preziosi orecchini di perla tanto cari a Catharina che, quando scoprirà l’esistenza del quadro…
Peter Webber, all’esordio, s‘ispira al romanzo omonimo di Tracy Chevalier e lascia che i veri protagonisti della vicenda siano la luce, (gran merito ad Eduardo Serra, premiato con l’Oscar per la migliore fotografia), ed i magnifici costumi, firmati da Dien van Straalen.
Con sagacia il regista britannico concentra la narrazione intorno al quadro che ha reso famoso Vermeer ed a cui fa riferimento il titolo del film.
Impaginandolo come fosse un piccolo thriller, Webber lascia che la creazione del capolavoro sia mostrata solo nelle ultime battute del film ed è bravo nel saper costruire i retroscena legati alla genesi del quadro.
La composizione del film è quella classica e con dei dialoghi ridotti al minimo. Nel descrivere la platonica storia d’amore tra i due protagonisti, il regista s’affida agli sguardi ed ai sospiri che si lanciano i Vermeer e Griet e questa scelta dona ancora maggiore sensualità alla vicenda.
Webber tralascia di mostrare gli altri quadri del maestro olandese, non gli dona nessuna riflessione sui suoi dipinti, ma lascia intendere chiaramente che ritrae la dolce e ritrosa Griet perché è l’unica che comprende la sua arte.
Nomination agli Oscar per i costumi (Dien Von Strauler), scenografie (Ben van Os), fotografia (Eduardo Serra),
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