E’ il 1930. Roma. Libera Valente (Claudia Cardinale) è figlia Felice Valenti (Adolfo Celi), un falegname anarchico, esiliato dal fascismo a Ustica.
Sposato con Matteo Zanoni (Bruno Cirino), proprietario di una piccola sartoria, e madre dei piccoli Carlo e Anna, Libera non rinuncia alle sue idee e, sfidando il regime, il 1° maggio indossa in strada con uno sgargiante vestito rosso.
Il federale convoca Matteo e gli intima che se la moglie non cambia atteggiamento, dà loro il foglio di via. Invano, Matteo cerca di convincere Libera a pensare ai figli e all’avvenire della famiglia, ma lei non sente ragioni.
Spediti a Livorno e poi a Modena, Libera interrompe un’esibizione di alcune bambine, vestite con le divise fasciste, e rimbrotta una fascista che, in maniera ipocrita, inneggia alla tutela che il regime offre alle famiglie.
Ottenuto il permesso di andare a trovare il padre al confino a Ustica, conosce Sandro Poggi (Bekim Fehmiu), un confinato politico che scappa e che lei nasconde nella soffitta di casa.
Franco Testa (Philippe Leroy), commissario politico, sospetta di Libera e fa un’irruzione in casa sua, ma fa un buco nell’acqua. Noncurante del pericolo, Libera accompagna, poi, Poggi in stazione. Testa la segue, non acciuffa il fuggitivo, ma arresta Libera, che è condannata a cinque anni di confino.
Dopo averne scontati quasi tutti, il confino é abolito e Libera e gli altri detenuti politici, sono liberati.
Al cinema, nel corso della visione di un cinegiornale Lux, inneggiante il fascismo, Libera protesta e, per ripicca, Testa chiude la sartoria di Matteo.
Cade il fascismo, la popolazione è in festa, ma i tedeschi rastrellano Padova, dove si Libera, Matteo e la famiglia si sono trasferiti. Carlo, ormai cresciuto, entra nella Resistenza, e Libera fa la spola tra la città e la campagna, per rifornire di armi i partigiani.
I nazi-tedeschi continuano a rastrellare la città e Libera assiste, impotente, alla fucilazione di Sandro Poggi e di altri partigiani.
Siamo nel 1945. Con l’arrivo degli alleati e la cacciata dei tedeschi, Libera va al comune per chiedere se può essere messa in lista per ottenere un alloggio. Con sua grossa sorpresa, scopre che Franco Testa, occupa in Prefettura il ruolo di Capo-gabinetto dell’ufficio alloggi.
Libera protesta vivacemente con il presidente del Comitato del CNL e, per tutta risposta, si sente dire che, per ricostruire il Paese dilaniato, non si può epurare il 50% degli italiani, che bisogna offrire a tutti una seconda possibilità e che il posto di una donna è a casa, a godersi la famiglia.
Libera comprende allora che la battaglia di tutta la vita è stata inutile e che l’Italia del dopoguerra non è poi così diversa da quella del fascismo.
Esce di casa e si lascia freddare da un fascista, che spara all’impazzata dai tetti da tre giorni.
Girato nel 1973, il film distribuito stranamente in sala, stranamente, solo dopo due anni, è tratto dalla storia vera di Clementina, anarchica romana, madre dello sceneggiatore Vincenzoni.
Bolognini mescola dramma e commedia e mette al centro della narrazione l’indomita Libera. che, in nome della difesa dei diritti dei più deboli, si batte contro il fascismo e contro ogni forma di soppressione della libertà.
Sin dalle prime battute, si intuisce che Matteo, per quanto cerchi di tenerla a freno, ha ben compreso che nessun guinzaglio potrebbe mai bloccare l’anelito battagliero della moglie.
Libera, infatti, scalpita, urla ai quattro venti il proprio dissenso a un regime che soffoca la libertà personale e tende a sottomettere, con la forza, chi prova a pensare con la propria testa. Sul finale, dopo aver scoperto che Testa è ancora lì al suo posto, ferita nell’orgoglio, al presidente del CNN, amaramente risponde:
“Lor signori facciano pure l’Italia con i fascisti, Io vado ripassarmi la ricetta del minestrone. Mi sono pure scordata come si fa.”
A ben vedere, però, l’atteggiamento di Libera appare anche abbastanza infantile, a tratti irritante, e politicamente improduttivo. Neanche i cinque anni di confino riescono a placare le sue plateali esternazioni e, in ogni occasione, si espone pubblicamente, dando così il fianco ai fascisti di farle pagare la sua ingenua e ostentata ribellione.
Troppo passivo e rinunciatario, infine, il tenero Matteo, un uomo che, pur essendo innamoratissimo di Libera, non riesce a suggerirle una forma di lotta meno individualista e a indirizzarla a prendere contatti, clandestinamente, con altri antifascisti, così da non disperdere, inutilmente, le proprie energie.
Nel corso della narrazione, Bolognini inserisce dei filmati che propongono i discorsi del Duce e regala alcune frasi da incorniciare: “Ci sono più idee nel fucile di un brigante che nella testa di un democratico” e una citazione di Garcia Lorca: “Nemmeno il pane sa più di pane, se non c’è la libertà”. Nel cast Rosalba Neri e Luigi Diberti.
Per un approfondimento sulla vita e la filmografia completa di Mauro Bolognini si rimanda al volume di Ignazio Senatore: “Mauro Bolognini e il suo cinema elegante”, edito da Profondo Rosso (2026)
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