L’ho incontrata tante volte. Mingherlina, ironica, tagliente, con il sorriso sempre stampato sul viso e con gli inseparabili occhiali bianchi che le tappezzavano il viso. Quando la intervistai, le chiesi come mai avesse girato tanti film a Napoli.
Rispose che un nonno era nato all’ombra del Vesuvio e che dei partenopei l’attirava “la loro allegria abbracciata alla tristezza, la loro capacità di rinascere dalle cadute, il loro rapporto musicale con la vita.”
Tanti, infatti, i suoi film ambientati a Napoli e in Campania, a partire da “Rita la zanzara”, il “musicarello” da lei diretto nel 1966, interpretato da Rita Pavone, da un giovanissimo Giancarlo Giannini, e da uno stuolo di attori di razza: Turi Ferro, Gino Bramieri, Paolo Panelli, Bice Valori e Milena Vukotic.
Fatta eccezione per “La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia” (1978), girato tra San Francisco e la Certosa di Padula, sono ben sei i film che la regista ha diretto a Napoli.
E’ del 1985 “Un complicato intrigo di donne vicoli e delitti”, con Angela Molina ed Harvey Keitel, e del 1992 “Io speriamo che me la cavo”, con Paolo Villaggio e Paolo Bonacelli.
La Wertmuller mi confidò: “In quel film modificai il romanzo di Marcello D’Orta ed introdussi la figura del protagonista, proprio per affidare il ruolo a Paolo Villaggio”.
In verità, come accade spesso al cinema, quel film ebbe una gestazione abbastanza complessa. Ciro Ippolito, che aveva comprato i diritti del libro di D’Orta, aveva chiesto a Federico Fellini di dirigerlo. Il regista riminese pensò di ricostruire una parte di Napoli a Cinecittà, ma Ippolito, non potendo garantire economicamente i costi dell’operazione, virò su Francesco Rosi che chiese a Paolo Villaggio di vestire i panni del maestro. Infine, la regia fu affidata a Lina Wertmuller.
Seguirono, poi, altri film “napoletani”. “Ninfa plebea” (1966), tratto dal romanzo di Domenico Rea, con Stefania Sandrelli, Raoul Bova, e il successivo “Ferdinando e Carolina” (1999), con Gabriella Pession, Nicole Grimaudo, Mario Scaccia ed Elio Pandolfi. A chiudere il cerchio il film-tv “Francesca e Nunziata” con Sophia Loren Giancarlo Giannini, Claudia Gerini e Raoul Bova.
“Mi sono sempre trovata a mio agio a dirigere attori napoletani come Peppino De Filippo, Nino Taranto, Isa Danieli, Sergio Assisi, Sergio Solli. Sofia Loren, poi, una donna e professionista impeccabile che ho avuto al mio fianco anche in “Sabato, domenica e lunedì”, insieme a Luca De Filippo”, mi disse divertita.
Ma è con lo scoppiettante “Pasqualino Stettebellezze”, del ’76, candidato al Premio Oscar come migliore film straniero, che Lina Wertmuller ha indissolubilmente legato il suo nome a quello della città di Napoli.
In merito al personaggio da lui interpretato in quel film, lo stesso Giannini, nella sua autobiografia, dal titolo “Sono ancora un bambino (ma nessuno può sgridarmi)”, annotò:
“All’inizio ci ho provato ad essere Pasqualino Settebellezze. Ho chiamato un mio amico medico, e siccome dovevo dimagrire, dato che dovevo affrontare il campo di concentramento, chiesi a lui la dieta giusta da seguire. Lui mi disse: via il pane, lo zucchero, via il sale, caffè amaro, bistecca insipida. Va bene, la mattina del primo giorno di riprese inizio con queste regole: bevo il caffè amaro, non faccio colazioni con dolci, non mi fermo per la merenda, e niente. Incominciai a stufarmi già alle quattro del pomeriggio. Nelle pause del set stavo attaccato al telefono a lamentarmi con gli amici: “Ma dai, come faccio a non mangiare zucchero, sono stanco, mi gira la testa…” Cose così. Insomma la dieta è durata un giorno e mezzo. Trovai la soluzione. Pasqualino, magro smunto, lo farò con il trucco, mi dissi. Infatti mi inventai l’escamotage per non fare la dieta. M’ingegnai. Nelle confezioni di Vicks Vaporub c’è un pezzetto d cotone, intriso di mentolo e acqua. Se lo passi sotto gli occhi, diventano immediatamente, grandi e lucidi. Poi ho preso dell’olio di glicerina, l’ho messo sulla faccia, spruzzandomi sopra dell’acqua, sembravo sempre sudato. Ho preso anche un po’ di nero, l’ombretto va benissimo, e l’ho messo sotto gli occhi per creare le occhiaie. Ho fatto la faccia un po’ appesa, i vestiti larghi, ed ecco che sembravo Pasqualino smunto, smorto, magro e disidratato.”
Da partenopeo dovrei essere contento che la regista romana abbia messo al centro della sua cinematografia la mia città natale. Eppure…
Pur ritenendola una cineasta anarchica ed irregolare, (basti pensare alla sua capacità di spiazzare il pubblico con i chilometrici titoli dei suoi film), ho sempre ritenuto che il suo sguardo nei confronti di Napoli fosse tappezzato da un folklore di maniera e inondato di stereotipi e luoghi comuni.
Non a caso, Massimo Troisi (e non solo) si è battuto con forza per contrastare questo tipo di visione cristallizzata, che proponeva una Napoli pittoresca, pezzente, incolta e cialtrona, tutta “sole, pizza e mandolino”.
A dire il vero, ogni qual volta la Wertmuller ha girato dei film lontano da Napoli e ha provato a cambiare passo per affrontare temi più seri e scottanti come il terrorismo in “Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada” (1983), o il dramma dell’AIDS ne “In una notte di chiaro di luna” (1989), non ha raccolto né i favori del pubblico, né della critica.
Una carriera insolita quella della Wertmuller. Aiuto regista di Federico Fellini ne “La dolce vita”, esordisce sul grande schermo con “I basilischi” nel 1963, film ambientato tra la Puglia e la Basilicata.
Tutto lasciava presagire un suo percorso autoriale ma, invece, la regista romana ha poi ha scelto, come marchio di fabbrica, la commedia di costume grottesca, dolce-amara.
A mio avviso, gli unici film della Wertmuller che hanno lasciato il segno sono quelli interpretati da Giancarlo Giannini, suo attore feticcio.
Grazie, infatti, alla sua straordinaria duttilità, l’artista spezzino ha saputo dar vita a dei personaggi entrati a far parte dell’immaginario collettivo.
Chi non ricorda, infatti, Carmelo Mardocheo, protagonista di “Mimì metallurgico ferito nell’onore” (1972) e, parimenti, Tunin di “Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” (1973)?
Come dichiarò lo stesso Giannini:
“Quella di Tunin di Film d’amore e d’anarchia, è una storia vera. Io pensai a tre immagini di base per costruire la figura di Michele Schirru, il contadino sardo anarchico; una solida quercia, lo sguardo di una mucca e il sorriso di un gatto.”
Per molti, infine, la migliore prova attoriale di Giannino fu quella nei panni di Gennarino Carunchio di “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto” (1974). Lui stesso affermò:
“In Travolti da un insolito destino ho girato quasi sempre da solo. Mariangela si è fatta male il primo giorno con una bottiglia d’acqua minerale. Un taglio profondo sotto il piede, undici punti, non poteva camminare. Tutto fu stravolto. Lei fu sostituita con sei controfigure con la parrucca bionda. Io recitavo sempre in primissimo piano da solo, e per giunta non sentivo neanche bene perché, facendo un tuffo, per la pressione ero diventato quasi sordo. Insomma parlavo da solo, fingendo che lei fosse lì.”
Una carriera, in ogni caso, prestigiosa e ricca di premi e riconoscimenti, quella della Wertmuller. Due nomination agli Oscar per “Pasqualino Settebellezze”, come miglior regia e miglior sceneggiatura, un David alla carriera e due nomination ai Nastri per “Un complicato intrigo di donne vicoli e delitti”.
Quando, poi, l’Academy hollywoodiana le tributò nel 2020 l’Oscar alla carriera molti critici in Italia (giustamente?) mugugnarono.
Per gli amanti della Wertmuller, segnalo il suo volume autobiografico “Tutto a posto e niente in ordine”, edito da Mondadori nel 2012, ricco di aneddoti gustosi e divertenti. Tra i tanti:
“Nello scegliere i personaggi delle Terme per 8 ½, Fellini mi chiese tutte facce nuove. Io gli portai un gruppo di signore amiche di mia madre, socie di un club chiamato Liceum, dove andavano a giocare a canasta. Un altro personaggio che gli portai fu Jean Rougel. Jean era il classico intellettuale francese, un critico che io avevo conosciuto quando facevo l’aiuto di Bonucci per l’edizione francese di Senza Rete. (…) Anche lui fu completamente estasiato dall’incredibile opportunità di essere stato scelto da Fellini per interpretare il ruolo dell’intellettuale. (…) Appena ebbe fra le mani il copione, si mise a studiare come uno scolaretto. Arrivò sul set emozionato e trepidante per la sua prima prova da attore. Si presentò da Federico col suo copione sotto il braccio e con gli occhiali piccoli ma scintillanti, voglioso di dimostrargli quanto fosse pronto e preparato. Federico gli lanciò un’occhiata, poi si fece dare il copione, strappò le pagine che riguardavano la sua parte e mi dettò lì per lì, tutt’altre battute. Jean Rougel si voleva ammazzare. Fu preso dal terrore e mentre io cercavo di incoraggiarlo e d fargli imparare le nuove battute, che peraltro erano in francese, gli vidi luccicare gli occhi di lacrime. La cosa divertì Federico, che si tolse la soddisfazione di vedere piangere un critico.”
In chiusura, resta, infine, il rimpianto per un film che la regista non ha mai realizzato. Nel corso della mia intervista, la Wertmuller mi rivelò che, con Raffaele La Capria aveva scritto una sceneggiatura sulla vita di Salvatore Di Giacomo dal titolo “Napoli lontanamente.”
Capitolo di Ignazio Senatore, tratto dal volume Lina Wertmuller, a cura di Giuseppe Mallozzi, edito da Ali Ribelli -2025
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