Mosca 1970. Ida Nudel, (Liv Ullman), astronoma russa, di origini ebrea, stanca del clima antisemita che si respira in Russia, decide di espatriare per recarsi in Israele. Yuri (Daniel Olbrychski), il suo compagno, un poeta dissidente, e la sorella Elena (Aurore Clément), decidono di seguirla.
La pratica per l’espatrio richiede una montagna di autorizzazioni e, per lasciare Mosca, chi è laureato, può abbandonare l’URSS solo dopo aver versato dei soldi una discreta somma allo Stato.
Nonostante sia stata licenziata, Ida non demorde. Trascorso un anno, il visto di espatrio é concesso a Yuri e a Elena, ma a non a Ida perché, essendo una scienziata, poterebbe divulgare all’estero i segreti di Stato.
Lei non rivela a Yuri e a Elena di non aver ottenuto l’autorizzazione all’espatrio, ma li accompagna fino alla frontiera e, poi, si lancia dal treno in corsa.
Anni dopo, a seguito di un sit-in di protesta, nella Piazza Rossa, assieme ad altre donne è arrestata e, come motivazione fittizia e di facciata, pur essendo astemia, è internata in una clinica specializzata, per essere sottoposta a una cura disintossicante dall’alcol.
Mesi dopo, la sua ennesima protesta in pubblico, è condannata a quattro anni di lavori forzati in Siberia, in un campo per soli uomini, dove, per difendersi dalle avances di un detenuto, che prova a violentarla, è costretta a pugnalarlo.
Trasferita poi in un campo femminile di Krvosheino, s’imbatte in una militare (Anna Galiena), che prova ad aiutarla, ma lei rifiuta i privilegi che le sono offerti, perché teme che in futuro possono chiederle la ritrattazione delle sue idee.
Al termine della condanna, ritorna a Mosca, ma la sua casa è confiscata e, per legge, è costretta a trasferirsi a cento chilometri da Mosca. Scopre che Yuri si è sposato e, non avendo grandi scelte, trova rifugio, come lavandaia, in una baracca a Kimoshana, un villaggio sperduto.
Nel 1984 è raggiunta clandestinamente da due giornalisti, un inglese (Saverio Vallone) e un francese, che la intervistano e filmano la sua disperazione.
Nei titoli di testa “Questo film è ispirato alla storia vera di Ida Nudel. Noi lo dedichiamo a quanti ancora oggi nel mondo sono costretti a lottare nel mondo sono costretti a lottare per poter disporre liberamente della propria vita.”
Bolognini, democratico di antica fede, si appassiona alla sorte di Ida Nudel, simbolo del dissenso russo ai tempi di Breznev, privata dapprima del lavoro, poi degli affetti e, infine, della dignità.
Messe da parte le buone intenzioni, il regista pistoiese impagina un film boccheggiante, che annaspa fin dalle prime battute. Una mielosa colonna sonora di Ennio Morricone appesantisce ancor più la fruizione di una pellicola statica e piegata a una mera propaganda antisovietica e antisemita. La Ullman allarga la frittata, caricando oltremodo la sua recitazione.
A conferma dello scivolone di Bolognini, il commento della stessa Nudel, dopo la visione del film: “Sono affascinata da Liv Ullman, che è una grande attrice. Però quella non è la mia storia, non è la Russia, non è la mia condizione.” David di Donatello a Liv Ullman come migliore attrice straniera. Nel cast Carmen Scarpitta, Nino Fuscagni, Francesca Reggiani.
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